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martedì 29 dicembre 2020

Flush - Virginia Woolf in un racconto minore

 


È l’inizio dell’estate 1842 quando Flush – un cucciolo di cocker spaniel di razza purissima, manto marrone tendente all’oro, coda folta, nessun ciuffo fuori posto – varca la soglia del numero 50 di Wimpole Street, a Londra, per essere regalato a una delle più grandi poetesse inglesi, la brillante e sventurata Elizabeth Barrett. Tra i due basta un’occhiata, un lampo di riconoscimento, perché nasca un’intesa. Finché, qualche tempo dopo, nella vita tranquilla di Flush entra un rivale: il poeta Robert Browning. Leggendo la corrispondenza di Elizabeth Barrett Browning, Virginia Woolf rimane così colpita dalle descrizioni che la poetessa fa del suo cane da decidere di dedicargli una biografia. Mescolando realtà e finzione, guizzi di umorismo e lampi di autentica poesia, la Woolf ricostruisce la vita di Flush, che diventa non solo il racconto del rapporto unico e straordinario che si crea tra un cane e il suo padrone, ma anche un vivido ritratto della società vittoriana e un’acuta riflessione sulla natura umana, vista attraverso lo sguardo di un cane. Il volume, considerato un’opera minore di Woolf, racconta queste vicende dalla prospettiva del cane della padrona, di attraverso i suoi occhi segue il suo innamoramento, la sua rinascita dopo l’incontro con il futuro marito anche a livello poetico. Una prospettiva inusuale specie per il tempo in cui ha esordito nel mercato editoriale, che dà al volume un’aurea speciale, con un empatia speciale con l’animale, dove viene raccontata la sua visione degli accanimenti, con il filtro che solo un cane che adora la propria padrona può dare.

Il biografo della scrittrice inglese dice che la figura di Flush venne ispirata da Pinkie, suo cocker spaniel e dovo dire che l’autrice ha creato con questo suo racconto che diverte e ci fa immedesimare nella vita di un cane dalla purissima razza, ma anche commuove e incanta questa storia fuori dal comune. Woolf racconta così un amore speciale, quello tra cane e padrone tra alti e bassi ma con questa prospettiva privilegiata e diversa. Dietro al racconto, la società londinese dell’epoca con l’abisso tra quartieri poveri e ricchi. Quasi senti entrare nella carne la descrizione dei momenti e dei luoghi, difficile non visualizzare e far finta di niente. Il periodo italiano (pulci a parte) è davvero rilassante e solare, sia nelle descrizioni che nei fatti, come ovviamente poteva essere diversa la vita tra i due Paesi allora.

Non sapevo che Virginia Woolf avesse scritto un racconto così e mi ha incuriosito molto. Questo libro è stato un gradito regalo di Natale.

lunedì 21 dicembre 2020

Per tutti gli adulti che sono a contatto con i bambini


 La figlia di una mia amica non mangia più quasi niente da un mese, perchè è rimasta traumatizzata dalla scena a scuola di un bimbo che ha rischiato il soffocamento. 

Ovviamente adesso è in mano ad una psicologa ma conunque ho cercato di aiutarla trovando filmati e documenti che rendessero la situazione meno pesante. Per ultimo un poster da mettere in cucina.

Io ho fatto vari corsi in protezione civile e alcuni anche alla casa internazionale delle donne, eppure ho visto pochi genitori e questo non è ancora un giusto atteggiamento verso il pericolo da soffocameto.

Le ambulanze spesso arrivano tardi, il primo soccorritore deve essere il genitore, i nonni, i fratelli grandi, la maestra...

Rischio soffocamento, ecco come tagliare gli alimenti ai bambini e farli mangiare in sicurezza

Dalla pasta ai würstel fino all'uva: se non vengono tagliati correttamente, alcuni cibi possono rappresentare una minaccia concreta per i vostri figli


Allora vediamo come tagliare correttamente i cibi.

Per quanto riguarda i primi, non abbinate gli gnocchi ai formaggi, che possono sciogliersi e creare “l’effetto colla”. Se, invece, optate per un buon piatto di pasta al pomodoro, scegliete i formati più piccoli. In merito agli insaccati, è importante sapere che spesso il würstel viene tagliato “a rondella”, ma è proprio quel tipo di forma a essere pericolosa per i bambini. Cosa fare allora? Tagliatelo in quattro parti in senso longitudinale e poi in pezzetti più piccoli. Anche il prosciutto crudo può essere insidioso se non tagliato correttamente. Per prima cosa rimuovete il grasso, poi spezzettatelo in piccole parti.  E la frutta? Mele e pere vanno tagliate in pezzetti piccoli e, nel primo anno di vita del bambino, bisogna grattugiarle. Se avete in casa dell’uva, fate attenzione a rimuovere tutti i semi e poi tagliate gli acini nel senso della lunghezza. L’attenzione deve essere massima in generale, ma ci sono alcuni cibi particolarmente pericolosi per i vostri bambini, da inserire nella “lista nera”: popcorn, frutta candita, confetti, gomme da masticare, marshmallow e caramelle (gommose, gelatinose o dure che siano).

Video su youtube


Se il bambino è più grande, invece, per rimuovere un’ostruzione delle vie aeree ci si affida alla manovra di Heimlich.

Per non farsi prendere dal panico nel momento del pericolo, è fortemente consigliabile per i futuri genitori così come per le neomamme e i neopapà seguire i corsi di primo soccorso pediatrico in cui vengono spiegati i principi base della sicurezza a tavola e come si interviene in caso di necessità. In caso di emergenza, comunque, chiamate immediatamente il 118 e informatevi se nelle vicinanze ci sia un medico che possa intervenire celermente.

https://www.youtube.com/watch?v=5qvgIkSA9LY







venerdì 11 dicembre 2020

Erri De Luca "Il giorno prima della felicità"

Questo libro è stato un po’ faticoso fin dall’inizio. La storia di questo ragazzo che cresce con le tutte le domande di un orfano che cresce a Napoli con un portiere, suo unico tutore, con la saggezza della guerra e di tutto quello che può insegnare un uomo ad un ragazzo.
La sua adolescenza che cresce con le informazioni e con i racconti della seconda guerra mondiale. L’occupazione americana, una mamma che si innamora di un soldato e viene uccisa, un padre che scappa per non andare in galera.
Lo so che c’è una diatriba sulla questione se esistano o no i libri per uomini e i libri per donne, ma a me questo libro fin dall’inizio mi ha dato la sensazione di essere un libro adatto ad una lettura maschile.
Io ho un vicino di casa che ha 84 anni e ha vissuto la guerra a Roma da bambino, abitava atrastevere e quindi mi racconta tante cose che sui libri non si trovano. Non vuole scrivere i suoi racconti di guerra, dice che non interesserebbero nessuno. Invece no, io non lo credo. E proprio da lui sono venuta a conoscenza delle AM lire, che tra l’altro le ha in cucina incorniciate. Mi ha raccontato la loro storia e in questo libro sono citate. Credo sia la prima volta che leggo delle AM LIRE in un libro. Erri De Luca non è uno scrittore facile. A volte scorre come l’acqua, a volte è un fiume con tante curve. Però mi piace la persona e quindi arrivo comunque alla fine del libro.
 
L'Am-lira ovvero Allied Military Currency è stata la valuta che l'AMGOT mise in circolazione in Italia dopo lo sbarco in Sicilia avvenuto nella notte tra il 9 e 10 luglio del 1943 . Il valore era di 100 "am-lire" per un dollaro degli Stati Uniti . Totalmente intercambiabile con la normale lira italiana per decisione militare, contribuì alla pesante inflazione che colpì l'Italia verso la fine della Seconda guerra mondiale.Lo studio di cartamoneta specifica per l'Italia iniziò nel luglio 1942.


Tutti i biglietti riportano sul retro, in inglese, le quattro libertà sancite nella costituzione degli Stati Uniti: freedom of speech (libertà di parola),freedom of religion (libertà di religione), freedom from want (libertà dal bisogno), freedom from fear (libertà dalla paura)... Dal 1946 cessarono di essere moneta di occupazione e si usarono insieme alle banconote normali, sino al 3 giugno 1950.
 

 

giovedì 10 dicembre 2020

"Il peso della neve" Rigopiano


Il libro "Il peso della neve" (Mondadori) di Adriana e Giampiero Parete, sopravvissuti alla tragedia di Rigopiano (Farindola, Pescara). Racconta la storia di cosa accadde il 18 gennaio 2017 all'interno del Gran Sasso Resort di Rigopiano nelle drammatiche 50 ore che seguirono la valanga, quando 120.000 tonnellate di alberi, rocce, ghiaccio e neve spazzarono via tutto, uccidendo 29 delle 40 persone presenti.
A raccontarlo è la famiglia Parete, mamma, papà e due figli, i quattro protagonisti di quello che i giornali definirono «il miracolo di Rigopiano».

Sapevo quando ho comprato questo libro a cosa sarei andata incontro, cosa avrei provato ad entrare dentro questo dolore e sentire la sofferenza, ancor di più perché sono mamma. Ma sinceramente non avrei mai immaginato che sarebbe stato così straziante, così viscerale, così terribilmente doloroso. Però sono contenta di averlo fatto e ho capito tante cose che mi sono sfuggite di quella tragedia assurda. Io sono una volontaria di Protezione Civile e non riuscivo a credere che i soccorsi fossero arrivati così in ritardo. Le telefonate ignorate e gli appelli di aiuto non raccolti, perché non creduti. Che stava succedendo? Perchè si stava innescando tutto questo? Certo non siamo americani e non è tutto subito fico, ma i nostri sistemi di soccorso negli anni sono diventati sempre migliori e quindi non mi capacitavo del ritardo dei soccorsi e del loro arrivo.
Qualche mese fa ho fatto un corso per operatore sala radio. C’è un linguaggio che bisogna tenere quando si parla in radio affinché il messaggio arrivi chiaro e la risposta lo sia altrettanto.
Avere personale formato nei posti di lavoro è determinante per la sicurezza e la serietà nell’intervento, affinché più nessuno risponda come se fosse una telefonata scherzo, ma poi perché? C’erano state altre telefonate scherzo tali da determinare una situazione di non allerta? Cosa ha determinato la non riuscita di tutte quelle telefonate. Eppoi quando chiami il 112 è giustificabile l’attesa di un disco o che la telefonata venga chiusa per richiamare?
Ma soprattutto leggendo questo libro mi sono resa conto che anche il linguaggio della persona che telefona e deve allertare e segnalare è importante. Con sconcerto leggo nel libro che l’unico sopravvissuto alla valanga (il papà dei due bimbi, che poi si sono salvati), nei primi minuti della tragedia, era palesemente sotto shock mentre telefonava sperando che sua moglie e i suoi bambini non fossero morti “112 non risponde” - “118” Sono Giampiero Parete, chiamo dall’Hotel Rigopiano, Farindola. L’albergo non c’è più, non c’è più niente. C’è stata una valanga, mandate qualcuno… ripeteva… “un attimo rimanga in linea...” e intanto il telefono ha poco campo e poca carica...”da dove chiama?”… Rigopiano...mandate subito qualcuno….”ok ok stia calmo, adesso la richiamiamo. Rimanga con il telefono acceso”… Assurdo, assurdo che sia proprio la telefonata a non funzionare. La telefonata a cui ti aggrappi con tutto te stesso nella disperazione più cupa e hai freddo e ...nessuno ti richiama. Da qui la storia è risaputa. Disperato chiama un suo amico, quello che tra l’altro gli aveva regalato questa vacanza...”Professore, sono Giampiero. Quì è successo un casino, è venuto giù l’albergo. Un terremoto, una valanga. Ho perso tutto, sono tutti là sotto, Adriana e i bambini..abbiamo bisogno di aiuto!!!” … nel frattempo continuavo a provare con il 112 e 118, o non prendeva la linea o non rispondevano o gli operatori non mi credevano. …
Questo non si può leggere, questo non è tollerabile e soprattutto questo non può accadere.
Eppure è successo, eppure continuavano a chiedere nome cognome e altro senza segnalare l’allarme e anche il Professore non riusciva a far capire la gravità della situazione … ed erano passate ore. In tutto questo caos la segnalazione della telefonata arriva a Gabriele, un vicino di casa, capo dipartimento all’Anas. “Giampiero Parete? Lo conosco. Provo a chiamarlo io.”
“Gabriè aiutami tu. Sono quassù, una valanga ha distrutto tutto. Ho perso Adriana e i bambini...ho perso tutti”… e solo allora è partita la macchina dei soccorsi.
Sono basita nel leggere nel dettaglio come veramente è andata. Allora forse c’è la necessità di studiare un linguaggio anche nelle emergenze?!! Quanto deve essere disperata la voce che chiama e chiede aiuto?!!!!
Ad un certo punto del racconto, Giampiero dice che mentre era al telefono con un carabiniere, egli lo abbia minacciato di denunciarlo per procurato allarme. Cosa ha innescato queste reazioni? Mi domando, era troppo educato al telefono? Forse funziona di più la sceneggiata napoletana?!! Il tono della voce non era abbastanza disperato. E chi decide che non è così.
Questa vicenda ha troppe situazioni assurde, compresa la centralinista della Prefettura, rimasta tristemente famosa per la famosa frase “la madre dei cretini è sempre incinta” pensando ad uno scherzo, rispondendo alla telefonata che il Professore stava facendo insieme ad altri numeri da ore. In tutto questo si entra dentro la disperazione di una mamma che è sotto la neve con suo figlio, e la figlia chissà dove dietro le parerti di ghiaccio.
Io consiglio questo libro perché si entra dentro quella tragedia e si comprende in un modo viscerale come si sopravvive 50 ore senza i soccorsi, sotto la neve, al freddo. Non oso pensare a tutte le persone che sono morte aspettando un urlo, un richiamo, i soccorsi, gli eroi. Invece per una non formazione professionale, per una leggerezza che nella catena dei soccorsi non può avvenire, gli eroi sono arrivati tardi e sono tutti morti. 29 per l’esattezza. Ovviamente nel libro si racconta anche il dopo. Quando ti senti quasi in colpa perché sei vivo e gli altri sono morti e soprattutto quello che tutto questo può fare nella mente di un bambino. Leggetelo questo libro, vi farà solo bene.

lunedì 7 dicembre 2020

CANDY CANE

 

Avendo un cane di nome Candy, la curiosità è sorta spontanea, anche perchè io li ho sempre chiamati bastoncini di zucchero e non sapevo che si chiamavano Candy cane. 😉 🙂

Sono il dolciume più venduto in America nel mese di dicembre, uno dei simboli più iconici del Natale, acquistato perlopiù fra il periodo del Ringraziamento e la Vigilia: i candy cane, bastoncini di zucchero a strisce bianche e rosse al sapore di menta piperita, sono probabilmente fra i prodotti natalizi più misteriosi di sempre. Tante, infatti, le leggende che ruotano attorno ai dolcetti, utilizzati più per addobbare l’albero e decorare la casa che per l’effettivo consumo (la settimana di maggiori vendite, secondo la National Confectioners Association, è proprio la seconda di dicembre).

Candy cane e la leggenda del coro di Colonia
Il racconto popolare più famoso è quello del coro della cattedrale di Colonia in Germania: sembra che nel 1670 il maestro di musica iniziò a regalare degli stecchetti di zucchero agli studenti più giovani per tenerli buoni durante lo spettacolo The Living Creche, piegando i dolcetti e dando loro la forma del bastone dei pastori. Lo conferma anche Susan Benjamin, fondatrice del True Treats Historic Candy, negozio di caramelle nel West Virginia dove è possibile trovare tutti i dolciumi realizzati fino alla metà del Novecento. Benjamin è anche autrice del libro “Sweet as Sin: The Unwrapped Story of How Candy Became America’s Pleasure”, in cui afferma che, con buone probabilità, i bastoncini sono nati nel Seicento, periodo in cui lo zucchero soffiato – che potremmo considerare un antenato dei candy cane – era di gran moda, soprattutto in Germania.

L’arrivo delle strisce rosse

In America, comunque, dove sono ormai da tempo popolarissimi, i candy cane appaiono per la prima volta nel 1847, più precisamente a Wooster, Ohio, dove l’immigrato metà tedesco e metà svedese August Imgard addobbò un piccolo abete rosso con decorazioni in carta e bastoncini di zucchero. In principio, però, i canes erano solo di colore bianco. E così rimasero per circa 200 anni, fino al Novecento. “Con l’arrivo delle strisce nacquero tantissime leggende”, spiega l’autrice, “come quella che ritiene che nascondessero un codice segreto per i cristiani perseguitati in Germania o in Inghilterra nel Seicento, un linguaggio privato che cambiava messaggio di volta in volta a seconda del numero di strisce: tre per la trinità, una per il sacrificio di Gesù. Più in generale, per molti il rosso sta a indicare il sangue di Cristo”.
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Il gusto alla menta piperita
È altamente improbabile, però, che i candy cane siano legati alla sfera religiosa, “nonostante siano in molti a pensare che la forma stessa rappresenti la J di Jesus”. Torniamo quindi ai fatti: oltre al colore, un’altra aggiunta fondamentale è stata fatta in America: il sapore di menta. Piperita, per la precisione, una tipologia dal profumo intenso e inebriante e fra le erbe medicinali più antiche, in passato usata per curare mal di stomaco, indigestioni e nausea, sia nella medicina occidentale che in quella orientale. La spiegazione, in questo caso, è presto detta: fin dal Settecento, le caramelle venivano vendute come medicinali, dei rimedi casalinghi per alleviare i mali minori. Il farmacista era quindi spesso anche colui che fabbricava i dolciumi, perché molti degli ingredienti medicinali non erano altro che delle miscele di erbe dal sapore forte e sgradevole, che andavano addolcite.

La produzione di massa
Così, i chimici infondevano le erbe nello zucchero, spesso con aggiunta di menta piperita, il cui gusto rinfrescante aiutava a camuffare i sapori più cattivi delle erbe amare. Non c’è da stupirsi, quindi, se le primissime caramelle confezionate erano proprio alla menta: le Altoids, per esempio, storico marchio nato in Inghilterra nel 1781, sono state create dall’azienda londinese Smith&Company, che produceva anche pastiglie medicinali. Ma quand’è che i bastoncini così come li conosciamo oggi diventano un simbolo del Natale? Negli anni ’20, grazie a Bob McCormack, fondatore della Bobs Candies, azienda di dolciumi del gruppo Ferrara Candy Company. È stato lui il primo ad associare i candy cane al periodo natalizio, regalando ad amici e parenti i bastoncini allora preparati a mano: bisogna attendere gli anni ’50 perché suo cognato, Gregory Keller, progetti una macchina per la produzione automatica. A loro si deve la prima produzione di massa di uno dei dolci più famosi al mondo.

venerdì 13 novembre 2020

Pausa pranzo

Di solito si cerca i bar in zona per risparmiare e mangiare qualcosa, perchè ieri sera non ti è avanzato nulla per pranzo e magari stamattina proprio non avevi voglia di cucinare qualcosa.
E camminando invece decidi di entrare in un piccolo locale che proprio sembra uscito da un libro di fate. Dentro è tutto rosa e ci sono tantissime rose e fiori.
ok il menu' non è proprio di mio gusto, tartare no per carità, tacos no, insalate no... vabbè proviamo con avocado e verdure wok con calamari fritti. Le ragazze gentilissime però non si può nemmeno spendere 25 euro e uscire avendo ancora fame.


mercoledì 11 novembre 2020

Immortali

Ricordo che il primo contatto con la morte di un vip del cinema è stato con Yul Brinner e dopo con Jhon Wayne. Praticamente c'è questa sensazione di immortalità che in qualche modo la morte rende questi mostri sacri come noi. Che shock!!

Questo 2020 ci ha tolto Gigi Proietti e Sean Connery. Chissà perchè non pensavo che i mostri sacri poteressero anche morire.

Tanto saranno comunque sempre immortali.


 



Vietato essere gentile

 Questo virus ha ucciso tante cose, compresa la gentilezza. 

Il semplice gesto di offrire un caffè o portare un caffè potrebbe far morire la persona con cui si è gentili, non sapendo di essere eventualmente infettivi.

Il gesto di amore è stare soli e in isolamento.

Perchè potresti contagiare i tuoi genitori o i figli o i nonni.

Non credo che ci sia al mondo qualcosa di così terribile.

martedì 3 novembre 2020

Mi accorgo di essere ormai vecchia...

 quando scrivo, ... come si fa con questi ragazzi...

Nella pineta dietro casa mia, tra l'altro è una proprietà privata noi che abbiamo i cani ci facciamo lunghe passeggiate nella campagna sterminata. Siamo vicino la Centrale del latte di Roma e confiniamo con una riserva, quindi ci sono volpi e cinghiali. 

E' molto bello e poco frequentato ovviamente, eppure la notte di Hallowenn dei sciocchi ragazzi hanno preso la panchina dove facciamo tutti pausa e i cani stessi ormai l'hanno presa a riferimento, e l'hanno gettata dentro il vascone dell'acqua acea, dove sarà impossibile recuperarla.

E mi chiedo, possibile che non abbiano rispetto per il lavoro di una persona che si è messa a lavorare per creare a mano questa panca con le pedane di legno?

Mi fanno tanta rabbia.

Li vediamo passare con mascherine abbassate, cellulari, vestiti firmati, sigarette e sicuramente una macchina comprata con i soldi di papà. Gli mancherà la fatica di un lavoro e l'avere tutto senza capire il valore delle cose, oppure sono proprio così tristemente vuoti? NOn lo so.

Se si riuscisse almeno a coglierli sul fatto, avrebbero una bella lezione e giuro gli farei fare i lavori sociali per mesi.

Comunque stamattina un'anima gentile ha posto questa nuova panchina nel parco e speriamo che non faccia la fine dell'altra.

Questa è la terza panchina che viene costruita da signori volenterosi e gentili, che fanno parte di un'altra generazione e che dovrebbero essere presi ad esempio invece di distruggere senza motivo quello che mettono a disposizione per la comunità.

Nella riserva c'è un bosco dove c'erano delle panchine di legno e ferro, che sono state anche loro distrutte.

C'erano porte di un campo di calcio che non si sà che fine abbiano fatto.

Ci sono anche famiglie che passeggiano e vanno in bicicletta, ma la notte no. 

La notte i vandali agiscono nel buio distruggendo tutto per il gusto di farlo e dentro senti una grande amarezza e pietà per questi ragazzi che vivono così e sicuro nella vita non combineranno mai niente di buono. Si annoiano, dicono... Ma sti cazzi.

Scusate... quando c'è vo c'è vo'

lunedì 2 novembre 2020

L’ultimo romanzo di Camilleri…

 

"RICCARDINO"

 

Trepidante, ho aperto e letto questo libro con un sentimento di curiosità misto a tenerezza, con la consapevolezza che sarebbe stato l’ultimo libro che leggevo sul Commissario Montalbano. Ormai lo seguo da sempre, e non mi sono persa ne un libro e ne un film.

Le mie aspettattive purtroppo sono state largamente deluse.

Immagino che l’autore si è voluto togliere uno sfizio ma nell’insieme per me è stato molto stonato superare i paragrafi in cui l’autore parlava con Montalbano. Poi addirittura il confronto con Zingaretti e una fatica immane, leggere in un vigatese strettissimo che davvero non mi ricordavo così difficile. Mi dispiace tanto che non mi sia piaciuto, ma d’altronde non ero obbligata a farmelo piacere.

Finisce una saga e amen… comunque lode ad un grande scrittore che ci ha fatto amare e sognare con il personaggio di Salvo Montalbano.

Sicuramente il Commissario più sexy della storia del cinema... 

Zingaretti ha senza ombra di dubbio piacevolmente interpretato un personaggio che sembrava tagliato apposta per lui o così è sembrato.

Quando finisce l'attore e inizia l'uomo? E quando il personaggio inghiotte l'attore che succede?

Forse per questo Zingaretti ha tentato di togliersi dalla sua pelle Montalbano, ma sicuramente il libro ci svela come Montalbano è voluto uscire di scena.

Una saga che segui da tanti anni sembra quasi una cosa di famiglia e i personaggi in qualche modo entrano nel tuo cuore... sarà difficile dimenticarvi.
Grazie Camilleri

venerdì 30 ottobre 2020

Un esercito di drogati... proprio come fece Alessandro Magno

 Oppiacei e anfetamine, le armi segrete di Hitler

Seguendo stamattina un documentario di nazional geografic ho scoperto l'uso della droga ai soldati tedeschi ... sconvolgente
 

Il Pervitin è una droga derivata dall'efedrina e appartenente alla categoria delle anfetamine che fu brevettata nella Germania nazista.
Nella maggior parte delle persone, la sostanza aumentava la fiducia in se stessi, la concentrazione e la disponibilità a correre rischi, riducendo allo stesso tempo la sensibilità al dolore, la fame e il bisogno di dormire. 
 

Questo micidiale «Crystal Meth» del Terzo Reich rende dipendenti e ha effetti devastanti: il Pervitin si diffonde rapidamente, nel regno degli «invincibili». Lo prendono sportivi, cantanti, studenti sotto esame. La fabbrica di Pervitin inventa addirittura il cioccolatino al Pervitin per allietare le casalinghe.

«La grande euforia»

Quando comincia la Seconda guerra mondiale, la droga si diffonde rapidamente tra i soldati della Wehrmacht. Tanto che l’autore di un libro appena uscito sull’argomento è convinto che abbia avuto un ruolo fondamentale non solo nel Blitzkrieg contro la Francia del 1940, ma anche nel comportamento di Adolf Hitler. «Medici e droghe spiegano molto della struttura interna del nazismo» sostiene Norman Ohler, autore di «Der totale Rausch» («La totale euforia»).

Tra il 1939 e il 1945 circa duecento milioni di dosi di Pervitin vennero distribuite ai soldati tedeschi.
Fin dalle prime fasi della Seconda guerra mondiale il Pervitin veniva somministrato ai soldati della Wehrmacht e nel ’39, ai tempi dell’invasione della Polonia, era distribuito quotidianamente insieme al cibo.
Il capo degli psicologi dell’esercito la considerava "una sostanza di grande valore militare" e aveva convinto i generali del Reich dell’utilità della sostanza sul campo di battaglia che permetteva di marciare ininterrottamente e donava la capacità di combattere senza sosta, di giorno e di notte, senza aver bisogno di dormire. Grazie al suo parere, l’anno successivo, nel ’40, lo stimolante diventò addirittura decisivo nell’invasione del Belgio e durante la campagna di Francia (l’avanzata nelle Ardenne fu estenuante e durò tre giorni). L’attacco della Wehrmacht fu micidiale: i carri armati procedono a tutta velocità attraverso le Ardenne senza fermarsi mai, notte e giorno, in quattro giorni macinano centinaia di chilometri. A metà maggio del 1940 raggiungono e radono totalmente al suolo l’accampamento militare francese ad Avesnes. I soldati francesi sono sconvolti dallo stato si esaltazione dei loro nemici. Sono inarrestabili. È un blitzkrieg metanfetaminico.
«Migliaia di soldati conservavano la droga nell’elmetto, o la ricevevano dai medici militari. Poggiavano le pasticche sulla lingua e le ingerivano con un sorso d’acqua. Venti minuti dopo il loro cervello iniziava a subirne gli effetti. All’improvviso la dopamina iniziava a esagerare la percezione dei soldati, mettendoli in uno stato di pura allerta. La notte si illuminava: nessuno avrebbe dormito, le luci erano accese, l’esercito continuava ad avanzare verso il Belgio… Non ci sono state pause – un bombardamento chimico aveva appena colpito i loro cervelli.»
(Norman Ohler, autore del libro Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista, 10 settembre 2015).
I dottori militari, oltre a somministrare il Pervitin al naturale, mischiavano la metanfetamina alla cioccolata creando delle barrette chiamate “cioccolata dell’aviatore”, che venivano date ai piloti aerei. Esisteva anche la versione per i carristi chiamata “panzer cioccolata”.
Di particolare rilevanza il fatto che l'ammiraglio Hellmuth Heye nel marzo 1944 richiese, in sostituzione al Pervitin, un farmaco che potesse fornire ancora maggior forza e autostima alle sue truppe. Il chimico Wolf Kemper e un gruppo di altri ricercatori furono incaricati di sviluppare tale farmaco, e più tardi nel corso dell'anno svilupparono un farmaco denominato D-IX, ogni compressa conteneva: 5 mg di ossicodone (oppiaceo della famiglia dell'eroina), 5 mg di cocaina, e 3 mg di Pervitin. Test condotti sui detenuti del campo di concentramento di Sachsenhausen verificarono che, sotto l'uso di tale droga, una persona poteva marciare fino a 90 chilometri senza riposo, portando con sé uno zaino di 20 chilogrammi. Tuttavia i tedeschi persero la guerra prima di poter produrre in massa il farmaco, che venne somministrato solamente ad alcuni piloti di sottomarino.
Si ritiene che lo stesso Adolf Hitler, fino al suo suicidio, avvenuto poco prima della fine della guerra, fosse dipendente dai farmaci che il suo medico personale, il dottor Theodor Morell continuò, per lungo tempo, a prescrivergli, inizialmente per curare le sue condizioni mediche croniche. Secondo Norman Ohler nel suo libro del 2016 Tossici, L'arma segreta del Reich, quando le scorte di droga di Hitler si esaurirono, alla fine della guerra, il Führer soffriva di grave astinenza da serotonina e dopamina, di paranoia, psicosi, allucinazioni, tremori e insufficienza renale.

martedì 27 ottobre 2020

Il libro delle verità nascoste

 

Ad essere sincera, dalla trama pensavo meglio.

La protagonista del racconto è Ruby, una ragazza che ha la passione per i romanzi di donne morte suicide. Il tutto inizia con una consegnata per errore, una valigia. Per cercare un indirizzo dove far recapitare il bagaglio alla legittima proprietaria (Beth, compagna di studi al College), Ruby e sua madre sono costrette a frugarci dentro. Prepotente il passato ritorna nella forma di un libro: Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Ma Beth è scomparsa. Dal presente al passato in un attimo. Ruby è catapultata indietro, ai tempi dell’università. Al suo incontro con il professor Suter. Sembra che lei e Beth pare abbiano più di qualcosa in comune. Forse …

Essendo quasi un giallo e anche se dalle prime pagine, il romanzo cattura e tiene legato il lettore fino al finale a sorpresa, ricco di continui colpi di scena, il racconto perde di spessore con lo sviluppo della narrazione.

Questa scrittrice non mi convince e si sente l’imprinting americano dei romanzi stile Danielle Stell, alla fine una lettura piacevole e leggera, senza grosse pretese.

Peccato, si poteva fare meglio.



lunedì 26 ottobre 2020

"LA BAMBINA DI HITLER"

 Non voglio crederci, ma ogni volta è sempre peggio, un pezzetto di cuore che va via...





Appassionante, avvincente, insomma da leggere. Questo libro ti prende dalle prime pagine per non lasciarti mai più, fino alla fine con il fiato sospeso, bellissimo. Nell’insieme anche se sai di leggere un romanzo storico, comunque sai bene leggendo che ci sono dei fatti storici e collegamenti che sono su base reale, anche se poi la storia è inventata o forse no… chissà.

Per esempio tutto quello che avviene nella scuola ariana per sole ragazze, è testimonianza di quello che accadeva veramente in questi luoghi, dove gli insegnanti parlavano di storia solo concentrandosi sul dominio militare tedesco e le lezioni di sociologia erano focalizzate sulla richiesta agli studenti di come riconoscere un ebreo, basandosi sul suo modo di camminare, sui gesti delle mani, così come sui movimenti fatti mentre parlava. Al fine di infondere ulteriormente il razzismo nei bambini, la matematica era utilizzata per giustificare l’omicidio di massa, in quanto si calcolavano i costi aggiuntivi per la spesa pubblica derivanti dall’assistenza sociale per disabili e “inutili parassiti”.

Ad esempio, un tipico problema di matematica da risolvere era: “Ogni giorno, lo Stato spende 6 RM per uno storpio; 41 RM per una persona malata di mente; 51 RM per una persona sorda; 53 RM per una persona debole di mente; 31 RM per un alcolista; 44 RM per un alunno in cura; 20/21 RM per un alunno in una scuola speciale; 9/20 RM per un alunno in una scuola normale… Che costo totale creano uno storpio e una persona debole di mente, se si considera una durata di quarantacinque anni (…) calcolare la spesa dello Stato per un alunno in una scuola speciale e per un alunno in una scuola normale nell’arco di otto anni, indicare l’importo del maggior costo generato dall’alunno nella scuola speciale”. I problemi di matematica come questi erano ideati per dimostrare ai bambini la quantità di denaro speso per le persone indesiderabili. Quindi non solo ariani ma anche i tedeschi.

Nel libro si sottolinea la linea educativa con cui i bambini erano addestrati a non provare simpatia per quei coetanei “razzialmente inferiori”, e quindi, per i bambini non “conformi”, le percosse erano le punizioni più comuni e consigliate. Le violenze fisiche e psicologiche erano all’ordine del giorno, per selezionare all’interno le più forti, le più toste, le più degne di procreare la razza ariana.

Comunque l’idea di una bambina ebrea che riesce a farsi passare per pura razza ariana, è geniale.
Questo libro ti prende nella crudezza della realtà storica, lasciandoti spiazzata nel coinvolgimento emotivo che avviene, facendoti sentire dentro la carne la sofferenza di essere ebreo. Ti schieri , non c’è niente da fare e ti immedesimi dentro la sofferenza giornaliera di poter sopravvivere.

E’ solo alla fine che in realtà mi sono resa conto di leggere un romanzo scritto da un uomo, e questo credo abbia fatto la differenza. Scorrevole la scrittura, ma sobria e niente di melenso o stonato con il contesto. Resto basita a leggere che è il suo primo romanzo… mah, troppo bravo.



Si lo so, un’altro romanzo nazista… troppi forse, ma in verità non mi stanco mai di leggere di cosa è capace l’uomo in tempo di guerra.

martedì 20 ottobre 2020

I treni della felicità... quando la solidarietà salvo' migliaia di bambini dalla fame nera

 I TRENI DELLA FELICITA'

Viaggio alla scoperta di un’Italia tra passione politica e solidarietà umana


H o terminato in un pomeriggio il libro di Giovanni Rinaldi - I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, edita nel settembre 2009 da Ediesse nella collana Cartabianca, con una bellissima prefazione di Miriam Mafai.

Ho scoperto una storia dell’Italia dell’immediato dopoguerra di cui non c’è più memoria, se non nella memoria di coloro che all’epoca ne furono protagonisti: bambine e bambini, ragazze e ragazzi, oggi anziani, ed adulti. L’unica testimonianza già edita (nel 1981, ma introvabile) sulla storia di quelle migliaia di bambini fu il libro, Cari bambini vi aspettiamo con gioia.

Insieme al regista barese Alessandro Piva, Rinaldi ha ricostruito sul campo le storie di alcuni tra quelle migliaia di bambini appartenenti a famiglie povere e poverissime di un Sud arretratissimo, provato dai bombardamenti, dalle distruzioni e dalle miseria della seconda guerra mondiale, che lasciarono temporaneamente le loro famiglie e furono ospitati da famiglie emiliane, romagnole e marchigiane. Questo libro è un documentario su cui si è poi ispirato il filmato bellissimo “fame nera”.

Ho scoperto storie di grandi donne, come Teresa Noce”, dirigente comunista piemontese (1900 - 1980), tra le poche donne elette all’Assemblea Costituente che organizzo’ il trasferimento da Napoli e Cassino, distrutti dalla seconda guerra mondiale. Non conoscevo assolutamente la storia di San Severo, in provincia di Foggia, dove la repressione delle richieste dei braccianti agricoli di avere “pane e lavoro”, avvenuta il 23 marzo 1950, portò in carcere per circa due anni moltissimi giovani, uomini e tante giovani donne, padri e madri con prole, spesso numerosa, a carico. I bambini, anche piccoli, si ritrovarono soli a casa per giorni e quindi furono tutti trasferiti al nord, fino alla scarcerazione dei genitori.

Sono storie – quelle raccontate da Giovanni Rinaldi - di solidarietà organizzata, ma è anche storia della capacità di entità politiche (come il Partito Comunista Italiano) e sociali (come la C.G.I.L. e l’Unione Donne Italiane) di rispondere a bisogni concreti ed impellenti di vaste masse popolari, anche sfidando i pregiudizi del tempo (“mica è vero che li portate in Russia?”). I preti del sud spaventarono le mamme e i bambini dicendo che “i comunisti mangiano i bambini”.

L’espressione “treni della felicità” che dà il titolo al lavoro di ricerca ed al volume fu dell’allora sindaco di Modena Alfeo Corassori, che definì così i convogli che condussero quei bambini a vivere un’esperienza unica, inimitabile, e leggendo le testimonianze fa davvero tanta tenerezza la meraviglia di questi bambini che per la prima volta bevono la cioccolata o mangiano la polenta.

Questi bambini ricevettero un’accoglienza affettuosa ed un’ospitalità presso famiglie marchigiane e romagnole di volenterosi lavoratori e sono rimasti con loro in ottimi rapporti di amicizia o di parentela acquisita. Non era stato facile partire, non era semplice ritornare: “Purtroppo il ritorno fu difficile, non tanto per noi quanto per i nostri genitori che non potevano più soddisfare i nostri bisogni [… ] Un grosso rimpianto per i  nostri genitori che dicevano: ‘Ma dove vi hanno portato? Vi hanno viziato! … Questi bambini poverissimi si sono trovati all’improvviso in una babele di benessere che non osavano sperare e sono cambiati dentro, per questo il ritorno in famiglia è stato anche doloroso per alcuni che non volevano tornare più.


Ho fatto un viaggio a contrario, direi, chiudendo un cerchio. 

Ho conosciuto questa storia vedendo prima il filmato, poi ho letto il libro di Viola Ardone e poi il libro "i comunisti mangiano i bambini."

 IL TRENO DEI BAMBINI

Ho appena terminato questo libro che mi ha letteralmente scaraventato nel passato. Letto con avidità, per leggere cose che ignoravo o sapevo sommariamente e anche per il piacere di credere che non tutto è perduto, se siamo riusciti a fare questo.
Un pezzo di storia italiana che quasi nessuno sembra ricordare più, storia di un’accoglienza e di quanto la cultura e la generosità di un popolo sia o sembra cambiato, da una globalizzazione, che ci ha indurito i cuori.

Resta da chiedersi perché questa storia positiva sia ancora così poco nota e perché gli stessi protagonisti, mostrino una certa difficoltà a parlarne. Umiltà o vergogna? Perchè essere poveri è ancora una vergogna da nascondere, essere ladri invece no.
L’altruismo e la solidarietà oggi sono quasi considerate pecche dell’animo, una specie di pericolosa malattia chiamata “sensibilità”, o “empatia”, una stortura capace di portare il Paese intero alla rovina, vittima di approfittatori e speculatori.
Diventa allora sempre più necessario ricordare di quando queste erano le fondamenta del vivere civile ed erano sentite come un dovere.
Il passato ha ancora qualcosa da insegnarci, se non ce l’ha il presente.


Nell’immediato dopoguerra, un vecchio progetto di solidarietà nato alla fine del 1946 dall’idea del “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli” per ospitare, nutrire e curare i bambini napoletani presso le famiglie contadine emiliane, meno provate dalla guerra, creo’i famosi “treni della felicità”.
L’iniziativa traeva spunto da altre simili: bambini diretti in Emilia-Romagna erano partiti da Roma e provincia fino a Velletri, Cassino e Latina. Nel corso della sua durata, il progetto del Comitato salvò concretamente dalla fame, analfabetismo e malattie oltre 70 mila bambini, con il coinvolgimento anche di altre regioni, come la Toscana, le Marche, l’Umbria e la Liguria.
Confrontandoci con la realtà italiana attuale, questa sembra una favola, “una bella favola iniziata nel lontano 1947”. Racconta di una straordinaria esperienza politica e sociale, voluta, promossa e organizzata dal Partito comunista nei primi anni del secondo dopoguerra, quando Napoli si trovava in una condizione difficilissima. I bombardamenti subìti, le razzie naziste nella parte finale dell’occupazione dopo le Quattro Giornate e la povertà, avevano messo in ginocchio la più grande città del Sud. “Nell’immenso tessuto urbano che rimarrà per mesi privo di energia elettrica e di trasporti pubblici, gli abitanti sloggiati dai bombardamenti si ammucchiano nei ricoveri antiaerei, nelle stazioni della metropolitana e delle funicolari, tra le macerie, nelle grotte, nei cunicoli […]. La scarsezza di acqua costringe donne, vecchi e bambini a lunghissime file dinanzi alle poche fontane pubbliche ancora in funzione. Se il servizio di nettezza urbana è inesistente, tragica è la situazione sanitaria : gli ospedali semidistrutti mancano di farmaci […]. Miseria e vergogna non nascono da una vocazione patologica della gente napoletana, ma semplicemente dallo sfacelo”.



Il Comitato nacque in questo contesto da un nutrito gruppo di intellettuali capeggiati da Gaetano Macchiaroli, insieme ai partiti di sinistra e ad altre forze democratiche e sindacali come l’Udi, Unione Donne Italiane. L’idea era quella di far uscire dalla durezza della condizione post bellica quanti più bambini napoletani fosse possibile, dando loro l’occasione di conoscere, per la prima volta, un’esperienza di vita più adatta alla loro età, accogliendoli in città e regioni del centro-nord del Paese nelle quali avrebbero trovato migliori possibilità di nutrirsi e di crescere. Non che a quell’epoca altrove si navigasse nell’oro, ma almeno si riusciva in qualche modo a mettere insieme il pranzo con la cena.
I bambini furono individuati, “ripuliti”, accompagnati da schede di riconoscimento, forniti di cappotti e indumenti e preparati per lasciare Napoli. Con quali pensieri? I bambini di un tempo ricordano e raccontano la paura della partenza – a nessuno di loro era chiaro dove stessero andando e perché – ma anche la meraviglia dell’arrivo. Coperte rimboccate, stanze calde, giocattoli di stoffa e non di carta, scuole accoglienti, salami appesi alle travi della cucina, uova fresche e latte: ai loro occhi  sembravano dei veri e propri miracoli. Ma sono soprattutto le memorie della famiglia e della cura, scoperti per la prima volta insieme al senso di responsabilità degli adulti nei loro confronti, a essere ricordati con commozione: “A Napoli invece ognuno doveva preoccuparsi di se stesso,” raccontano. Allo stesso modo arrivano le testimonianze delle famiglie affidatarie: “Io stavo per dire, molto a malincuore, di no, pensando alle precarie condizioni, ma fu tale la gioia all’idea di fare del bene”.
Il ritorno a Napoli fu, per tutti, bambini e adulti che si erano presi cura di loro, combattuto: i primi dovettero più o meno consapevolmente arrendersi e rinunciare agli agi non solo materiali ma anche emotivi, spesso richiamati in città dai genitori perché dessero una mano alla famiglia d’origine lavorando; i secondi, invece, dovettero lasciarli tornare in quel contesto che era ancora poverissimo. Eppure non vi è traccia alcuna di pregiudizio verso il Sud o di due diverse “Italie” che non riescono a parlarsi: piuttosto, a emergere sono una serie di legami fortissimi appena sotto la superficie degli eventi, mossi dalla solidarietà e diventati, nel corso del tempo, un bel ricordo e, in alcuni casi, una solida amicizia.


Prima di questo libro, già ero venuta a conoscenza di questo fatto storico, leggendo il bellissimo libro “I comunisti mangiano i bambini”, in cui con orrore ho appreso il grande ostruzionismo e strumentalizzazione politica della Chiesa e dei democristiani verso i comunisti, sempre dipinti come “mangiatori” di bambini. I cattolici denunciarono una “tratta dei fanciulli”, mentre diverse testate contribuirono a diffondere quella che oggi chiameremmo una fake news, e cioè che i piccoli accompagnati ai treni in partenza per l’Emilia sarebbero stati, in realtà, spediti altrove dalla Sicilia, e cioè in Russia. I bambini furono letteralmente terrorizzati da preti e suore e questi poveri bambini partirono con dei traumi enormi. Gli avevano detto che gli avrebbero tagliato le mani e altre cose orribili che facevano i comunisti. Il lavoro di ricerca dei bambini in condizioni più disagiate fu dunque complicato dalla propaganda negativa che raggiungeva le famiglie soprattutto attraverso le parrocchie, ma il risultato, dopo la partenza del primo convoglio, superò ogni aspettativa.
Grazie ai controlli medici fatti ai bambini prima della partenza fu possibile avere una stima precisa di malattie e infezioni e dopo le diffidenze iniziali, si riuscì a coinvolgere anche gli oppositori politici della sinistra come la Pachiochia, una capopopolo monarchica che, una volta appurata la natura benefica dell’iniziativa, si offrì per collaborare in prima persona con gli organizzatori.
Fanno tenerezza tanti episodi raccontati nel libro e vissuti in prima persona da questo bambino napoletano (che deciderà poi di rimanere con la famiglia emiliana), come la meraviglia dei bambini che, davanti alla neve, vista per la prima volta dal finestrino del treno, la scambiarono per ricotta. In un’epoca in cui si era ancora molto distanti per lingua e cultura, si fece un vero miracolo di misericordia.



Ignoravo, storicamente parlando, che quella esperienza del Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli fu riproposta anche in altre situazioni di emergenza, come durante l’alluvione del Polesine nel 1951 e in seguito allo sciopero di San Severo nel 1950, a Foggia, che portò all’arresto di 184 persone, tra cui molte donne costrette a lasciare i propri figli che vennero temporaneamente “adottati” da famiglie del centro-nord Italia.


Consiglio la lettura di entrambi i libri per capire un pezzo importantissimo della nostra cultura e della nostra storia.

  I COMUNISTI MANGIANO I BAMBINI

 


Senza ombra di dubbio credo che sia il libro più bello che abbia letto ultimamente e non solo dal punto di vista storico, ma anche politico e sociologico.

Quanti di noi si sono chiesti da cosa e come provenisse la diceria che i comunisti mangiano i bambini??
Io si, e questo libro non solo risponde ma innesca un fatto storico talmente importante da dover essere obbligatorio leggerlo come dato di guerra e dopoguerra.

Sembra che il fatto fosse storicamente vero, e nasceva molto  probabilmente dal fatto che in Russia, nel secolo scorso, vi furono gravi carestie durante le quali si registrarono anche episodi di cannibalismo.

Tra il 1921 e il 1923 in Ucraina alcuni bambini vennero rapiti e uccisi spacciandone poi la carne per animale.


E nel 1941, durante l’assedio di Leningrado (che uccise circa un milione di persone), il cannibalismo divenne per alcuni una strategia di sopravvivenza. Ancora più celebre è la storia dell’“Isola dei cannibali” narrata anche dall’omonimo libro di Nicolas Werth: nel 1933, 13.000 “elementi pericolosi” vennero deportati nel cuore della Siberia; quasi tutti morirono, anche uccidendosi tra loro, e gli episodi di cannibalismo erano all’ordine del giorno.

Facciamo una piccola pausa e colleghiamoci alla Pincola Ester, con le donne che corrono con i lupi. Ricordate gli orchi e il fatto che mangiassero i bambini?!! Ebbene tutto questo è stato sostituito nell'immagginario collettico con i comunisti che per il fascimo e il clero diventano gli orchi che mangiano i bambini. Tutto questo costruito con fatti di cronaca completamente inventati per innestare rancore e odio verso i russi e quindi i comunisti. Dai bambini siciliani rapiti a forza sulle navi e portati in Russia per essere uccisi a tutto un meccanismo giornalistico assoggettato ad una dittatura in cui la comunicazione non era solo pilotata ma inventata per il proprio tornaconto.

Solo questo dovrebbe spaventare davvero e questo libro apre il vaso di pandora.
Quello che si sospettava e che dovrebbe essere letto da tutti per capire veramente la nostra storia e tutto quello che è successo nel dopoguerra dalla democrazia cristiana e la Chiesa per incolpare i comunisti rossi di tutte le malefatte.
La figura della madre e della donna diviene figura centrale nella campagna stampa di diffamazione. Il soldato russo orcoe non i tedeschi. Stalin raffigurato con le fattezze di un orco con il naso grande che mangia i bambini.  Dopo la grande guerra e i fatti delle stragi che i tedeschi operarono nella ritirata, dovettero frenare nella campagna contro i russi, amici degli alleati e liberatori della Patria.

Questo libro si collega con il documentario "Pasta nera" che ho postato tempo fa, in cui si racconta il fatto dei bambini che nel dopoguerra andarono dal sud al nord per non morire di fame.
Tra il 1947 e 1952, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Italia è devastata e tra le più dolorose condizioni c'è quella dei minori, specie nel Mezzogiorno. Migliaia di famiglie di lavoratori del centro nord, ispirate da una nuova consapevolezza e dalla speranza nella ricostruzione del Paese, aprono le loro case ai bambini provenienti dalle zone più colpite e di più antica miseria del Meridione. L'iniziativa diventa ben presto un movimento nazionale che propone una concezione della solidarietà e dell'assistenza attenta alle soluzioni concrete ai problemi più urgenti, sostituendosi spesso all'assenza delle istituzioni. Ma una iniziativa di donne della sinistra e quindi l'orco da osteggiare.
Accolti dalle famiglie di emilia romangna, veneto e rimmessi a nuovo, sono stati salvati da morte certa. Purtroppo i preti dei paesi dicevano alle mamme di non mandare i figli al nord perchè li avrebbero mangiati. Mentivano sapendo di togliere un'occasione di riscatto e davvero di vita, pur di dare contro alla sinistra e ai comunisti.
Bambini terrorizzati che partivano e sui treni della felicità, così vennero chiamati, piangevano pensando di essere mangiati, una volta a destinazione... orribile.

Mi vengono i brividi a leggere tutto questo e davvero, davvero vi consiglio di leggere questo libro.


PASTA NERA - I treni della felicità

https://www.youtube.com/watch?v=8LysqpaXscI&list=RDCMUCmgjBzkhYTJSbJPDX8fAcvA&start_radio=1&t=0 

Covid, virus e batteri

Un approccio saggio al problema deve partire dalla coscienza della nostra scarsa comprensione dei meccanismi che portano all’emergenza delle pandemie. Socraticamente, solo l’essere consapevoli “di non sapere” ci può mettere nella posizione di umiltà e impegno a conoscere e ricercare necessario a combattere con la nostra intelligenza, la scienza e la tecnologia l’eterna battaglia contro i microbi e i virus, che sono i nostri veri “predatori"


venerdì 18 settembre 2020

giovedì 6 agosto 2020

La differenza del dettaglio

Cristian Seybold 1780


La pigrizia della fotografia ha reso oggi l'impossibilità di cogliere in pittura simili perfezioni

venerdì 17 luglio 2020

Discorso di Pericle sulla democrazia - Atene 461 a.c.

Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

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E' stata una mia curiosità.

In questi giorni che si festeggia l'anniversario della scomparsa di Camilleri, ho letto questo suo consiglio ai nostri politicanti e quindi l'ho cercato su internet.

Magari fosse caro Camilleri, magari fosse...

lunedì 6 luglio 2020

Marmo Botticino

In occasione di uno speciale di Alberto Angela, apprendo che l'altare della Patria a Roma è stato costruito con il marmo Botticino e non con quello di Carrara, come erroneamente pensavo.


Tra l'altro, mai sentito nominare, e quindi la mia curiosità mi ha portata a cercarlo su internet, per scoprire che è un marmo del bacino di Brescia ed è il secondo per importanza nell'escavazione di pietre ornamentali d'Italia, dopo quello di Carrara.  Però, interessante.
Chissà perchè ho sempre pensato che tutto il marmo bianco fosse solo Carrara.

Leggo anche che in tempi più recenti il marmo di Botticino è stato usato per la costruzione dell'Altare della Patria a Roma, della Casa Bianca a Washington, della Statua della Libertà e della stazione centrale di New York.[9].

Queste informazioni storiche dovrebbero essere studiate e divulgate perchè cambiano completamente la considerazione delle nostre materie prime e del loro uso.

Cave di marmo Botticino

 Museo del marmo a Botticino


Ad uso informativo copio :

Realizzazioni in marmo di Botticino

Argentina Argentina
Buenos Aires
Austria Austria
Vienna
Cuba Cuba
L'Avana
Italia Italia
Brescia
Como
Milano
Roma
Monaco Monaco
Stati Uniti Stati Uniti
Boston
Cleveland (Ohio)
New York
Washington
Svizzera Svizzera
Ginevra