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venerdì 30 ottobre 2020

Un esercito di drogati... proprio come fece Alessandro Magno

 Oppiacei e anfetamine, le armi segrete di Hitler

Seguendo stamattina un documentario di nazional geografic ho scoperto l'uso della droga ai soldati tedeschi ... sconvolgente
 

Il Pervitin è una droga derivata dall'efedrina e appartenente alla categoria delle anfetamine che fu brevettata nella Germania nazista.
Nella maggior parte delle persone, la sostanza aumentava la fiducia in se stessi, la concentrazione e la disponibilità a correre rischi, riducendo allo stesso tempo la sensibilità al dolore, la fame e il bisogno di dormire. 
 

Questo micidiale «Crystal Meth» del Terzo Reich rende dipendenti e ha effetti devastanti: il Pervitin si diffonde rapidamente, nel regno degli «invincibili». Lo prendono sportivi, cantanti, studenti sotto esame. La fabbrica di Pervitin inventa addirittura il cioccolatino al Pervitin per allietare le casalinghe.

«La grande euforia»

Quando comincia la Seconda guerra mondiale, la droga si diffonde rapidamente tra i soldati della Wehrmacht. Tanto che l’autore di un libro appena uscito sull’argomento è convinto che abbia avuto un ruolo fondamentale non solo nel Blitzkrieg contro la Francia del 1940, ma anche nel comportamento di Adolf Hitler. «Medici e droghe spiegano molto della struttura interna del nazismo» sostiene Norman Ohler, autore di «Der totale Rausch» («La totale euforia»).

Tra il 1939 e il 1945 circa duecento milioni di dosi di Pervitin vennero distribuite ai soldati tedeschi.
Fin dalle prime fasi della Seconda guerra mondiale il Pervitin veniva somministrato ai soldati della Wehrmacht e nel ’39, ai tempi dell’invasione della Polonia, era distribuito quotidianamente insieme al cibo.
Il capo degli psicologi dell’esercito la considerava "una sostanza di grande valore militare" e aveva convinto i generali del Reich dell’utilità della sostanza sul campo di battaglia che permetteva di marciare ininterrottamente e donava la capacità di combattere senza sosta, di giorno e di notte, senza aver bisogno di dormire. Grazie al suo parere, l’anno successivo, nel ’40, lo stimolante diventò addirittura decisivo nell’invasione del Belgio e durante la campagna di Francia (l’avanzata nelle Ardenne fu estenuante e durò tre giorni). L’attacco della Wehrmacht fu micidiale: i carri armati procedono a tutta velocità attraverso le Ardenne senza fermarsi mai, notte e giorno, in quattro giorni macinano centinaia di chilometri. A metà maggio del 1940 raggiungono e radono totalmente al suolo l’accampamento militare francese ad Avesnes. I soldati francesi sono sconvolti dallo stato si esaltazione dei loro nemici. Sono inarrestabili. È un blitzkrieg metanfetaminico.
«Migliaia di soldati conservavano la droga nell’elmetto, o la ricevevano dai medici militari. Poggiavano le pasticche sulla lingua e le ingerivano con un sorso d’acqua. Venti minuti dopo il loro cervello iniziava a subirne gli effetti. All’improvviso la dopamina iniziava a esagerare la percezione dei soldati, mettendoli in uno stato di pura allerta. La notte si illuminava: nessuno avrebbe dormito, le luci erano accese, l’esercito continuava ad avanzare verso il Belgio… Non ci sono state pause – un bombardamento chimico aveva appena colpito i loro cervelli.»
(Norman Ohler, autore del libro Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista, 10 settembre 2015).
I dottori militari, oltre a somministrare il Pervitin al naturale, mischiavano la metanfetamina alla cioccolata creando delle barrette chiamate “cioccolata dell’aviatore”, che venivano date ai piloti aerei. Esisteva anche la versione per i carristi chiamata “panzer cioccolata”.
Di particolare rilevanza il fatto che l'ammiraglio Hellmuth Heye nel marzo 1944 richiese, in sostituzione al Pervitin, un farmaco che potesse fornire ancora maggior forza e autostima alle sue truppe. Il chimico Wolf Kemper e un gruppo di altri ricercatori furono incaricati di sviluppare tale farmaco, e più tardi nel corso dell'anno svilupparono un farmaco denominato D-IX, ogni compressa conteneva: 5 mg di ossicodone (oppiaceo della famiglia dell'eroina), 5 mg di cocaina, e 3 mg di Pervitin. Test condotti sui detenuti del campo di concentramento di Sachsenhausen verificarono che, sotto l'uso di tale droga, una persona poteva marciare fino a 90 chilometri senza riposo, portando con sé uno zaino di 20 chilogrammi. Tuttavia i tedeschi persero la guerra prima di poter produrre in massa il farmaco, che venne somministrato solamente ad alcuni piloti di sottomarino.
Si ritiene che lo stesso Adolf Hitler, fino al suo suicidio, avvenuto poco prima della fine della guerra, fosse dipendente dai farmaci che il suo medico personale, il dottor Theodor Morell continuò, per lungo tempo, a prescrivergli, inizialmente per curare le sue condizioni mediche croniche. Secondo Norman Ohler nel suo libro del 2016 Tossici, L'arma segreta del Reich, quando le scorte di droga di Hitler si esaurirono, alla fine della guerra, il Führer soffriva di grave astinenza da serotonina e dopamina, di paranoia, psicosi, allucinazioni, tremori e insufficienza renale.

martedì 27 ottobre 2020

Il libro delle verità nascoste

 

Ad essere sincera, dalla trama pensavo meglio.

La protagonista del racconto è Ruby, una ragazza che ha la passione per i romanzi di donne morte suicide. Il tutto inizia con una consegnata per errore, una valigia. Per cercare un indirizzo dove far recapitare il bagaglio alla legittima proprietaria (Beth, compagna di studi al College), Ruby e sua madre sono costrette a frugarci dentro. Prepotente il passato ritorna nella forma di un libro: Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Ma Beth è scomparsa. Dal presente al passato in un attimo. Ruby è catapultata indietro, ai tempi dell’università. Al suo incontro con il professor Suter. Sembra che lei e Beth pare abbiano più di qualcosa in comune. Forse …

Essendo quasi un giallo e anche se dalle prime pagine, il romanzo cattura e tiene legato il lettore fino al finale a sorpresa, ricco di continui colpi di scena, il racconto perde di spessore con lo sviluppo della narrazione.

Questa scrittrice non mi convince e si sente l’imprinting americano dei romanzi stile Danielle Stell, alla fine una lettura piacevole e leggera, senza grosse pretese.

Peccato, si poteva fare meglio.



lunedì 26 ottobre 2020

"LA BAMBINA DI HITLER"

 Non voglio crederci, ma ogni volta è sempre peggio, un pezzetto di cuore che va via...





Appassionante, avvincente, insomma da leggere. Questo libro ti prende dalle prime pagine per non lasciarti mai più, fino alla fine con il fiato sospeso, bellissimo. Nell’insieme anche se sai di leggere un romanzo storico, comunque sai bene leggendo che ci sono dei fatti storici e collegamenti che sono su base reale, anche se poi la storia è inventata o forse no… chissà.

Per esempio tutto quello che avviene nella scuola ariana per sole ragazze, è testimonianza di quello che accadeva veramente in questi luoghi, dove gli insegnanti parlavano di storia solo concentrandosi sul dominio militare tedesco e le lezioni di sociologia erano focalizzate sulla richiesta agli studenti di come riconoscere un ebreo, basandosi sul suo modo di camminare, sui gesti delle mani, così come sui movimenti fatti mentre parlava. Al fine di infondere ulteriormente il razzismo nei bambini, la matematica era utilizzata per giustificare l’omicidio di massa, in quanto si calcolavano i costi aggiuntivi per la spesa pubblica derivanti dall’assistenza sociale per disabili e “inutili parassiti”.

Ad esempio, un tipico problema di matematica da risolvere era: “Ogni giorno, lo Stato spende 6 RM per uno storpio; 41 RM per una persona malata di mente; 51 RM per una persona sorda; 53 RM per una persona debole di mente; 31 RM per un alcolista; 44 RM per un alunno in cura; 20/21 RM per un alunno in una scuola speciale; 9/20 RM per un alunno in una scuola normale… Che costo totale creano uno storpio e una persona debole di mente, se si considera una durata di quarantacinque anni (…) calcolare la spesa dello Stato per un alunno in una scuola speciale e per un alunno in una scuola normale nell’arco di otto anni, indicare l’importo del maggior costo generato dall’alunno nella scuola speciale”. I problemi di matematica come questi erano ideati per dimostrare ai bambini la quantità di denaro speso per le persone indesiderabili. Quindi non solo ariani ma anche i tedeschi.

Nel libro si sottolinea la linea educativa con cui i bambini erano addestrati a non provare simpatia per quei coetanei “razzialmente inferiori”, e quindi, per i bambini non “conformi”, le percosse erano le punizioni più comuni e consigliate. Le violenze fisiche e psicologiche erano all’ordine del giorno, per selezionare all’interno le più forti, le più toste, le più degne di procreare la razza ariana.

Comunque l’idea di una bambina ebrea che riesce a farsi passare per pura razza ariana, è geniale.
Questo libro ti prende nella crudezza della realtà storica, lasciandoti spiazzata nel coinvolgimento emotivo che avviene, facendoti sentire dentro la carne la sofferenza di essere ebreo. Ti schieri , non c’è niente da fare e ti immedesimi dentro la sofferenza giornaliera di poter sopravvivere.

E’ solo alla fine che in realtà mi sono resa conto di leggere un romanzo scritto da un uomo, e questo credo abbia fatto la differenza. Scorrevole la scrittura, ma sobria e niente di melenso o stonato con il contesto. Resto basita a leggere che è il suo primo romanzo… mah, troppo bravo.



Si lo so, un’altro romanzo nazista… troppi forse, ma in verità non mi stanco mai di leggere di cosa è capace l’uomo in tempo di guerra.

martedì 20 ottobre 2020

I treni della felicità... quando la solidarietà salvo' migliaia di bambini dalla fame nera

 I TRENI DELLA FELICITA'

Viaggio alla scoperta di un’Italia tra passione politica e solidarietà umana


H o terminato in un pomeriggio il libro di Giovanni Rinaldi - I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, edita nel settembre 2009 da Ediesse nella collana Cartabianca, con una bellissima prefazione di Miriam Mafai.

Ho scoperto una storia dell’Italia dell’immediato dopoguerra di cui non c’è più memoria, se non nella memoria di coloro che all’epoca ne furono protagonisti: bambine e bambini, ragazze e ragazzi, oggi anziani, ed adulti. L’unica testimonianza già edita (nel 1981, ma introvabile) sulla storia di quelle migliaia di bambini fu il libro, Cari bambini vi aspettiamo con gioia.

Insieme al regista barese Alessandro Piva, Rinaldi ha ricostruito sul campo le storie di alcuni tra quelle migliaia di bambini appartenenti a famiglie povere e poverissime di un Sud arretratissimo, provato dai bombardamenti, dalle distruzioni e dalle miseria della seconda guerra mondiale, che lasciarono temporaneamente le loro famiglie e furono ospitati da famiglie emiliane, romagnole e marchigiane. Questo libro è un documentario su cui si è poi ispirato il filmato bellissimo “fame nera”.

Ho scoperto storie di grandi donne, come Teresa Noce”, dirigente comunista piemontese (1900 - 1980), tra le poche donne elette all’Assemblea Costituente che organizzo’ il trasferimento da Napoli e Cassino, distrutti dalla seconda guerra mondiale. Non conoscevo assolutamente la storia di San Severo, in provincia di Foggia, dove la repressione delle richieste dei braccianti agricoli di avere “pane e lavoro”, avvenuta il 23 marzo 1950, portò in carcere per circa due anni moltissimi giovani, uomini e tante giovani donne, padri e madri con prole, spesso numerosa, a carico. I bambini, anche piccoli, si ritrovarono soli a casa per giorni e quindi furono tutti trasferiti al nord, fino alla scarcerazione dei genitori.

Sono storie – quelle raccontate da Giovanni Rinaldi - di solidarietà organizzata, ma è anche storia della capacità di entità politiche (come il Partito Comunista Italiano) e sociali (come la C.G.I.L. e l’Unione Donne Italiane) di rispondere a bisogni concreti ed impellenti di vaste masse popolari, anche sfidando i pregiudizi del tempo (“mica è vero che li portate in Russia?”). I preti del sud spaventarono le mamme e i bambini dicendo che “i comunisti mangiano i bambini”.

L’espressione “treni della felicità” che dà il titolo al lavoro di ricerca ed al volume fu dell’allora sindaco di Modena Alfeo Corassori, che definì così i convogli che condussero quei bambini a vivere un’esperienza unica, inimitabile, e leggendo le testimonianze fa davvero tanta tenerezza la meraviglia di questi bambini che per la prima volta bevono la cioccolata o mangiano la polenta.

Questi bambini ricevettero un’accoglienza affettuosa ed un’ospitalità presso famiglie marchigiane e romagnole di volenterosi lavoratori e sono rimasti con loro in ottimi rapporti di amicizia o di parentela acquisita. Non era stato facile partire, non era semplice ritornare: “Purtroppo il ritorno fu difficile, non tanto per noi quanto per i nostri genitori che non potevano più soddisfare i nostri bisogni [… ] Un grosso rimpianto per i  nostri genitori che dicevano: ‘Ma dove vi hanno portato? Vi hanno viziato! … Questi bambini poverissimi si sono trovati all’improvviso in una babele di benessere che non osavano sperare e sono cambiati dentro, per questo il ritorno in famiglia è stato anche doloroso per alcuni che non volevano tornare più.


Ho fatto un viaggio a contrario, direi, chiudendo un cerchio. 

Ho conosciuto questa storia vedendo prima il filmato, poi ho letto il libro di Viola Ardone e poi il libro "i comunisti mangiano i bambini."

 IL TRENO DEI BAMBINI

Ho appena terminato questo libro che mi ha letteralmente scaraventato nel passato. Letto con avidità, per leggere cose che ignoravo o sapevo sommariamente e anche per il piacere di credere che non tutto è perduto, se siamo riusciti a fare questo.
Un pezzo di storia italiana che quasi nessuno sembra ricordare più, storia di un’accoglienza e di quanto la cultura e la generosità di un popolo sia o sembra cambiato, da una globalizzazione, che ci ha indurito i cuori.

Resta da chiedersi perché questa storia positiva sia ancora così poco nota e perché gli stessi protagonisti, mostrino una certa difficoltà a parlarne. Umiltà o vergogna? Perchè essere poveri è ancora una vergogna da nascondere, essere ladri invece no.
L’altruismo e la solidarietà oggi sono quasi considerate pecche dell’animo, una specie di pericolosa malattia chiamata “sensibilità”, o “empatia”, una stortura capace di portare il Paese intero alla rovina, vittima di approfittatori e speculatori.
Diventa allora sempre più necessario ricordare di quando queste erano le fondamenta del vivere civile ed erano sentite come un dovere.
Il passato ha ancora qualcosa da insegnarci, se non ce l’ha il presente.


Nell’immediato dopoguerra, un vecchio progetto di solidarietà nato alla fine del 1946 dall’idea del “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli” per ospitare, nutrire e curare i bambini napoletani presso le famiglie contadine emiliane, meno provate dalla guerra, creo’i famosi “treni della felicità”.
L’iniziativa traeva spunto da altre simili: bambini diretti in Emilia-Romagna erano partiti da Roma e provincia fino a Velletri, Cassino e Latina. Nel corso della sua durata, il progetto del Comitato salvò concretamente dalla fame, analfabetismo e malattie oltre 70 mila bambini, con il coinvolgimento anche di altre regioni, come la Toscana, le Marche, l’Umbria e la Liguria.
Confrontandoci con la realtà italiana attuale, questa sembra una favola, “una bella favola iniziata nel lontano 1947”. Racconta di una straordinaria esperienza politica e sociale, voluta, promossa e organizzata dal Partito comunista nei primi anni del secondo dopoguerra, quando Napoli si trovava in una condizione difficilissima. I bombardamenti subìti, le razzie naziste nella parte finale dell’occupazione dopo le Quattro Giornate e la povertà, avevano messo in ginocchio la più grande città del Sud. “Nell’immenso tessuto urbano che rimarrà per mesi privo di energia elettrica e di trasporti pubblici, gli abitanti sloggiati dai bombardamenti si ammucchiano nei ricoveri antiaerei, nelle stazioni della metropolitana e delle funicolari, tra le macerie, nelle grotte, nei cunicoli […]. La scarsezza di acqua costringe donne, vecchi e bambini a lunghissime file dinanzi alle poche fontane pubbliche ancora in funzione. Se il servizio di nettezza urbana è inesistente, tragica è la situazione sanitaria : gli ospedali semidistrutti mancano di farmaci […]. Miseria e vergogna non nascono da una vocazione patologica della gente napoletana, ma semplicemente dallo sfacelo”.



Il Comitato nacque in questo contesto da un nutrito gruppo di intellettuali capeggiati da Gaetano Macchiaroli, insieme ai partiti di sinistra e ad altre forze democratiche e sindacali come l’Udi, Unione Donne Italiane. L’idea era quella di far uscire dalla durezza della condizione post bellica quanti più bambini napoletani fosse possibile, dando loro l’occasione di conoscere, per la prima volta, un’esperienza di vita più adatta alla loro età, accogliendoli in città e regioni del centro-nord del Paese nelle quali avrebbero trovato migliori possibilità di nutrirsi e di crescere. Non che a quell’epoca altrove si navigasse nell’oro, ma almeno si riusciva in qualche modo a mettere insieme il pranzo con la cena.
I bambini furono individuati, “ripuliti”, accompagnati da schede di riconoscimento, forniti di cappotti e indumenti e preparati per lasciare Napoli. Con quali pensieri? I bambini di un tempo ricordano e raccontano la paura della partenza – a nessuno di loro era chiaro dove stessero andando e perché – ma anche la meraviglia dell’arrivo. Coperte rimboccate, stanze calde, giocattoli di stoffa e non di carta, scuole accoglienti, salami appesi alle travi della cucina, uova fresche e latte: ai loro occhi  sembravano dei veri e propri miracoli. Ma sono soprattutto le memorie della famiglia e della cura, scoperti per la prima volta insieme al senso di responsabilità degli adulti nei loro confronti, a essere ricordati con commozione: “A Napoli invece ognuno doveva preoccuparsi di se stesso,” raccontano. Allo stesso modo arrivano le testimonianze delle famiglie affidatarie: “Io stavo per dire, molto a malincuore, di no, pensando alle precarie condizioni, ma fu tale la gioia all’idea di fare del bene”.
Il ritorno a Napoli fu, per tutti, bambini e adulti che si erano presi cura di loro, combattuto: i primi dovettero più o meno consapevolmente arrendersi e rinunciare agli agi non solo materiali ma anche emotivi, spesso richiamati in città dai genitori perché dessero una mano alla famiglia d’origine lavorando; i secondi, invece, dovettero lasciarli tornare in quel contesto che era ancora poverissimo. Eppure non vi è traccia alcuna di pregiudizio verso il Sud o di due diverse “Italie” che non riescono a parlarsi: piuttosto, a emergere sono una serie di legami fortissimi appena sotto la superficie degli eventi, mossi dalla solidarietà e diventati, nel corso del tempo, un bel ricordo e, in alcuni casi, una solida amicizia.


Prima di questo libro, già ero venuta a conoscenza di questo fatto storico, leggendo il bellissimo libro “I comunisti mangiano i bambini”, in cui con orrore ho appreso il grande ostruzionismo e strumentalizzazione politica della Chiesa e dei democristiani verso i comunisti, sempre dipinti come “mangiatori” di bambini. I cattolici denunciarono una “tratta dei fanciulli”, mentre diverse testate contribuirono a diffondere quella che oggi chiameremmo una fake news, e cioè che i piccoli accompagnati ai treni in partenza per l’Emilia sarebbero stati, in realtà, spediti altrove dalla Sicilia, e cioè in Russia. I bambini furono letteralmente terrorizzati da preti e suore e questi poveri bambini partirono con dei traumi enormi. Gli avevano detto che gli avrebbero tagliato le mani e altre cose orribili che facevano i comunisti. Il lavoro di ricerca dei bambini in condizioni più disagiate fu dunque complicato dalla propaganda negativa che raggiungeva le famiglie soprattutto attraverso le parrocchie, ma il risultato, dopo la partenza del primo convoglio, superò ogni aspettativa.
Grazie ai controlli medici fatti ai bambini prima della partenza fu possibile avere una stima precisa di malattie e infezioni e dopo le diffidenze iniziali, si riuscì a coinvolgere anche gli oppositori politici della sinistra come la Pachiochia, una capopopolo monarchica che, una volta appurata la natura benefica dell’iniziativa, si offrì per collaborare in prima persona con gli organizzatori.
Fanno tenerezza tanti episodi raccontati nel libro e vissuti in prima persona da questo bambino napoletano (che deciderà poi di rimanere con la famiglia emiliana), come la meraviglia dei bambini che, davanti alla neve, vista per la prima volta dal finestrino del treno, la scambiarono per ricotta. In un’epoca in cui si era ancora molto distanti per lingua e cultura, si fece un vero miracolo di misericordia.



Ignoravo, storicamente parlando, che quella esperienza del Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli fu riproposta anche in altre situazioni di emergenza, come durante l’alluvione del Polesine nel 1951 e in seguito allo sciopero di San Severo nel 1950, a Foggia, che portò all’arresto di 184 persone, tra cui molte donne costrette a lasciare i propri figli che vennero temporaneamente “adottati” da famiglie del centro-nord Italia.


Consiglio la lettura di entrambi i libri per capire un pezzo importantissimo della nostra cultura e della nostra storia.

  I COMUNISTI MANGIANO I BAMBINI

 


Senza ombra di dubbio credo che sia il libro più bello che abbia letto ultimamente e non solo dal punto di vista storico, ma anche politico e sociologico.

Quanti di noi si sono chiesti da cosa e come provenisse la diceria che i comunisti mangiano i bambini??
Io si, e questo libro non solo risponde ma innesca un fatto storico talmente importante da dover essere obbligatorio leggerlo come dato di guerra e dopoguerra.

Sembra che il fatto fosse storicamente vero, e nasceva molto  probabilmente dal fatto che in Russia, nel secolo scorso, vi furono gravi carestie durante le quali si registrarono anche episodi di cannibalismo.

Tra il 1921 e il 1923 in Ucraina alcuni bambini vennero rapiti e uccisi spacciandone poi la carne per animale.


E nel 1941, durante l’assedio di Leningrado (che uccise circa un milione di persone), il cannibalismo divenne per alcuni una strategia di sopravvivenza. Ancora più celebre è la storia dell’“Isola dei cannibali” narrata anche dall’omonimo libro di Nicolas Werth: nel 1933, 13.000 “elementi pericolosi” vennero deportati nel cuore della Siberia; quasi tutti morirono, anche uccidendosi tra loro, e gli episodi di cannibalismo erano all’ordine del giorno.

Facciamo una piccola pausa e colleghiamoci alla Pincola Ester, con le donne che corrono con i lupi. Ricordate gli orchi e il fatto che mangiassero i bambini?!! Ebbene tutto questo è stato sostituito nell'immagginario collettico con i comunisti che per il fascimo e il clero diventano gli orchi che mangiano i bambini. Tutto questo costruito con fatti di cronaca completamente inventati per innestare rancore e odio verso i russi e quindi i comunisti. Dai bambini siciliani rapiti a forza sulle navi e portati in Russia per essere uccisi a tutto un meccanismo giornalistico assoggettato ad una dittatura in cui la comunicazione non era solo pilotata ma inventata per il proprio tornaconto.

Solo questo dovrebbe spaventare davvero e questo libro apre il vaso di pandora.
Quello che si sospettava e che dovrebbe essere letto da tutti per capire veramente la nostra storia e tutto quello che è successo nel dopoguerra dalla democrazia cristiana e la Chiesa per incolpare i comunisti rossi di tutte le malefatte.
La figura della madre e della donna diviene figura centrale nella campagna stampa di diffamazione. Il soldato russo orcoe non i tedeschi. Stalin raffigurato con le fattezze di un orco con il naso grande che mangia i bambini.  Dopo la grande guerra e i fatti delle stragi che i tedeschi operarono nella ritirata, dovettero frenare nella campagna contro i russi, amici degli alleati e liberatori della Patria.

Questo libro si collega con il documentario "Pasta nera" che ho postato tempo fa, in cui si racconta il fatto dei bambini che nel dopoguerra andarono dal sud al nord per non morire di fame.
Tra il 1947 e 1952, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Italia è devastata e tra le più dolorose condizioni c'è quella dei minori, specie nel Mezzogiorno. Migliaia di famiglie di lavoratori del centro nord, ispirate da una nuova consapevolezza e dalla speranza nella ricostruzione del Paese, aprono le loro case ai bambini provenienti dalle zone più colpite e di più antica miseria del Meridione. L'iniziativa diventa ben presto un movimento nazionale che propone una concezione della solidarietà e dell'assistenza attenta alle soluzioni concrete ai problemi più urgenti, sostituendosi spesso all'assenza delle istituzioni. Ma una iniziativa di donne della sinistra e quindi l'orco da osteggiare.
Accolti dalle famiglie di emilia romangna, veneto e rimmessi a nuovo, sono stati salvati da morte certa. Purtroppo i preti dei paesi dicevano alle mamme di non mandare i figli al nord perchè li avrebbero mangiati. Mentivano sapendo di togliere un'occasione di riscatto e davvero di vita, pur di dare contro alla sinistra e ai comunisti.
Bambini terrorizzati che partivano e sui treni della felicità, così vennero chiamati, piangevano pensando di essere mangiati, una volta a destinazione... orribile.

Mi vengono i brividi a leggere tutto questo e davvero, davvero vi consiglio di leggere questo libro.


PASTA NERA - I treni della felicità

https://www.youtube.com/watch?v=8LysqpaXscI&list=RDCMUCmgjBzkhYTJSbJPDX8fAcvA&start_radio=1&t=0 

Covid, virus e batteri

Un approccio saggio al problema deve partire dalla coscienza della nostra scarsa comprensione dei meccanismi che portano all’emergenza delle pandemie. Socraticamente, solo l’essere consapevoli “di non sapere” ci può mettere nella posizione di umiltà e impegno a conoscere e ricercare necessario a combattere con la nostra intelligenza, la scienza e la tecnologia l’eterna battaglia contro i microbi e i virus, che sono i nostri veri “predatori"