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mercoledì 13 gennaio 2021

LA MADRE SBAGLIATA

 

“La madre sbagliata”, di Sally Hepworth, racconta la storia di tre donne e dei loro segreti, tre ostetriche: nonna, madre e figlia. Il titolo originale, “The Secrets of Midwives”, è sicuramente più adatto alla trama, poiché le vicende delle protagoniste s’intrecciano al racconto particolareggiato e coinvolgente del lavoro dell’ostetrica e alla progressiva rivelazione di eventi nascosti del passato. Avvincente credo che si dica e malgrado l’argomento mi è piaciuto.

È evidente il grande lavoro di Sally Hepworth nella ricerca e nell’approfondimento degli aspetti medici, dei ritmi della gravidanza, delle varie fasi e pericoli del partorire a casa. Ormai si va in ospedale e quindi mi è piaciuto leggere di queste esperienze che ovviamente emotivamente sono molto differenti dal partorire in ospedale. La trama è capace di tenere desta l’attenzione del lettore e per la maggior parte e di fondo, c’è il recupero del rapporto tra madre e figlia. E’ un romanzo e quindi l’amore è la base delle storie che si intrecciano. Devo dire che la trama contiene diversi risvolti inaspettati e quindi mi sento di consigliare questo romanzo, gradevole, interessante e bello da leggere.


martedì 5 gennaio 2021

"FIORE DI ROCCIA"


 




Sul confine della Carnia, nel mezzo dei combattimenti della Grande Guerra, sono rimaste solo le donne, a prendersi cura dei vecchi e dei bambini. Gli uomini sono tutti sui monti, nelle prime linee, battaglioni degli alpini allo stremo.

Abituate a essere definite attraverso il bisogno di qualcun altro, le mani ruvide e callose per la fatica, le gambe irrobustite dai lavori pesanti, nei campi e nelle case, le donne di Timau vengono chiamate dal Comando in difficoltà: necessitano viveri e munizioni nelle trincee.

Agata e trenta compagne escono dall’ombra delle loro giornate stanche, e indossano le gerle: alcune sono poco più che bambine, rese adulte dalla terra aspra, dalla paura e dalla fame. Nessuna si tira indietro, si carica di quello che serve, le cinghie che segano le spalle; curve si incamminano, diventano muli, in fila sui sentieri, milleduecento metri di salita nervosa, uno sfinimento per raggiungere i soldati e poi ridiscendere a valle. Anin. Andiamo.

Fiore di roccia di Ilaria Tuti (Longanesi), racconta un pezzo di storia troppo a lungo dimenticata: quella delle Portatrici carniche, che sono diventate anche loro soldati, a fianco degli alpini, fonte della loro resistenza.

In cima, sul Pal Piccolo, gli occhi di Agata si immergono nella foschia purulenta delle trincee, torrenti di corpi a brandelli, sangue e feci, da cui si elevano lamenti di ragazzi che chiamano la mamma. È una cloaca di poveri dannati, la prima linea, e nel buio di quegli antri di morte Agata tira fuori una fierezza primordiale, tutto il coraggio che è sempre stato concime della sua terra, e che le porta il rispetto dei soldati.

Le Portatrici sono un vero reparto, sempre più numeroso a ogni salita, e a ogni devastante discesa, con le gerle leggere sulle schiene, ma il dolore spostato alle braccia, che portano le barelle dei cadaveri per poi scavarne il cimitero.

Quella di Agata è una tenacia delicata come una stella alpina, aggrappata alla montagna: sono fiori di roccia, le donne carniche, piegate sotto il peso di una guerra che sono state capaci di combattere con eroismo. A loro la Croce di Cavaliere, consegnata alle reduci novantenni da Oscar Luigi Scalfaro nel 1997.

....


Questa è l’introduzione alla trama di questo libro che volevo leggere da tanto e mi è stato regalato.

Chissà perché i libri di storia non riportano di questo e ci sono così tante cose che ignoriamo, storicamente parlando. Comunque si entra in guerra. 

Entrare in questo libro è come entrare in trincea, ti entra nella carne e vivi le atmosfere e i momenti e visualizzi persone e situazioni. Il cinema ci ha fatto tutti registi nella testa e ci mettiamo poco a sviluppare mentalmente un film, ma poi le sensazioni che ti lascia dentro quando hai finito di leggere, sono strettamente personali. Ho dovuto fare della pause, lo ammetto. E’ faticoso andare in guerra, soprattutto con la differenza della nostra realtà. Mi ha colpito molto e mi è piaciuto.

Inoltre leggendo questo libro ho saputo l’origine della parola cecchino, che ignoravo.

[Durante il primo conflitto mondiale, nella lingua italiana si diffuse l'uso del termine "cecchino", nato per indicare i tiratori scelti austro-ungarici. Il termine "cecchino" deriva da "Cecco Beppe", soprannome con cui era noto, fin dal periodo del Regno Lombardo-Veneto, l'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria. ]

martedì 29 dicembre 2020

Flush - Virginia Woolf in un racconto minore

 


È l’inizio dell’estate 1842 quando Flush – un cucciolo di cocker spaniel di razza purissima, manto marrone tendente all’oro, coda folta, nessun ciuffo fuori posto – varca la soglia del numero 50 di Wimpole Street, a Londra, per essere regalato a una delle più grandi poetesse inglesi, la brillante e sventurata Elizabeth Barrett. Tra i due basta un’occhiata, un lampo di riconoscimento, perché nasca un’intesa. Finché, qualche tempo dopo, nella vita tranquilla di Flush entra un rivale: il poeta Robert Browning. Leggendo la corrispondenza di Elizabeth Barrett Browning, Virginia Woolf rimane così colpita dalle descrizioni che la poetessa fa del suo cane da decidere di dedicargli una biografia. Mescolando realtà e finzione, guizzi di umorismo e lampi di autentica poesia, la Woolf ricostruisce la vita di Flush, che diventa non solo il racconto del rapporto unico e straordinario che si crea tra un cane e il suo padrone, ma anche un vivido ritratto della società vittoriana e un’acuta riflessione sulla natura umana, vista attraverso lo sguardo di un cane. Il volume, considerato un’opera minore di Woolf, racconta queste vicende dalla prospettiva del cane della padrona, di attraverso i suoi occhi segue il suo innamoramento, la sua rinascita dopo l’incontro con il futuro marito anche a livello poetico. Una prospettiva inusuale specie per il tempo in cui ha esordito nel mercato editoriale, che dà al volume un’aurea speciale, con un empatia speciale con l’animale, dove viene raccontata la sua visione degli accanimenti, con il filtro che solo un cane che adora la propria padrona può dare.

Il biografo della scrittrice inglese dice che la figura di Flush venne ispirata da Pinkie, suo cocker spaniel e dovo dire che l’autrice ha creato con questo suo racconto che diverte e ci fa immedesimare nella vita di un cane dalla purissima razza, ma anche commuove e incanta questa storia fuori dal comune. Woolf racconta così un amore speciale, quello tra cane e padrone tra alti e bassi ma con questa prospettiva privilegiata e diversa. Dietro al racconto, la società londinese dell’epoca con l’abisso tra quartieri poveri e ricchi. Quasi senti entrare nella carne la descrizione dei momenti e dei luoghi, difficile non visualizzare e far finta di niente. Il periodo italiano (pulci a parte) è davvero rilassante e solare, sia nelle descrizioni che nei fatti, come ovviamente poteva essere diversa la vita tra i due Paesi allora.

Non sapevo che Virginia Woolf avesse scritto un racconto così e mi ha incuriosito molto. Questo libro è stato un gradito regalo di Natale.

lunedì 21 dicembre 2020

Per tutti gli adulti che sono a contatto con i bambini


 La figlia di una mia amica non mangia più quasi niente da un mese, perchè è rimasta traumatizzata dalla scena a scuola di un bimbo che ha rischiato il soffocamento. 

Ovviamente adesso è in mano ad una psicologa ma conunque ho cercato di aiutarla trovando filmati e documenti che rendessero la situazione meno pesante. Per ultimo un poster da mettere in cucina.

Io ho fatto vari corsi in protezione civile e alcuni anche alla casa internazionale delle donne, eppure ho visto pochi genitori e questo non è ancora un giusto atteggiamento verso il pericolo da soffocameto.

Le ambulanze spesso arrivano tardi, il primo soccorritore deve essere il genitore, i nonni, i fratelli grandi, la maestra...

Rischio soffocamento, ecco come tagliare gli alimenti ai bambini e farli mangiare in sicurezza

Dalla pasta ai würstel fino all'uva: se non vengono tagliati correttamente, alcuni cibi possono rappresentare una minaccia concreta per i vostri figli


Allora vediamo come tagliare correttamente i cibi.

Per quanto riguarda i primi, non abbinate gli gnocchi ai formaggi, che possono sciogliersi e creare “l’effetto colla”. Se, invece, optate per un buon piatto di pasta al pomodoro, scegliete i formati più piccoli. In merito agli insaccati, è importante sapere che spesso il würstel viene tagliato “a rondella”, ma è proprio quel tipo di forma a essere pericolosa per i bambini. Cosa fare allora? Tagliatelo in quattro parti in senso longitudinale e poi in pezzetti più piccoli. Anche il prosciutto crudo può essere insidioso se non tagliato correttamente. Per prima cosa rimuovete il grasso, poi spezzettatelo in piccole parti.  E la frutta? Mele e pere vanno tagliate in pezzetti piccoli e, nel primo anno di vita del bambino, bisogna grattugiarle. Se avete in casa dell’uva, fate attenzione a rimuovere tutti i semi e poi tagliate gli acini nel senso della lunghezza. L’attenzione deve essere massima in generale, ma ci sono alcuni cibi particolarmente pericolosi per i vostri bambini, da inserire nella “lista nera”: popcorn, frutta candita, confetti, gomme da masticare, marshmallow e caramelle (gommose, gelatinose o dure che siano).

Video su youtube


Se il bambino è più grande, invece, per rimuovere un’ostruzione delle vie aeree ci si affida alla manovra di Heimlich.

Per non farsi prendere dal panico nel momento del pericolo, è fortemente consigliabile per i futuri genitori così come per le neomamme e i neopapà seguire i corsi di primo soccorso pediatrico in cui vengono spiegati i principi base della sicurezza a tavola e come si interviene in caso di necessità. In caso di emergenza, comunque, chiamate immediatamente il 118 e informatevi se nelle vicinanze ci sia un medico che possa intervenire celermente.

https://www.youtube.com/watch?v=5qvgIkSA9LY







venerdì 11 dicembre 2020

Erri De Luca "Il giorno prima della felicità"

Questo libro è stato un po’ faticoso fin dall’inizio. La storia di questo ragazzo che cresce con le tutte le domande di un orfano che cresce a Napoli con un portiere, suo unico tutore, con la saggezza della guerra e di tutto quello che può insegnare un uomo ad un ragazzo.
La sua adolescenza che cresce con le informazioni e con i racconti della seconda guerra mondiale. L’occupazione americana, una mamma che si innamora di un soldato e viene uccisa, un padre che scappa per non andare in galera.
Lo so che c’è una diatriba sulla questione se esistano o no i libri per uomini e i libri per donne, ma a me questo libro fin dall’inizio mi ha dato la sensazione di essere un libro adatto ad una lettura maschile.
Io ho un vicino di casa che ha 84 anni e ha vissuto la guerra a Roma da bambino, abitava atrastevere e quindi mi racconta tante cose che sui libri non si trovano. Non vuole scrivere i suoi racconti di guerra, dice che non interesserebbero nessuno. Invece no, io non lo credo. E proprio da lui sono venuta a conoscenza delle AM lire, che tra l’altro le ha in cucina incorniciate. Mi ha raccontato la loro storia e in questo libro sono citate. Credo sia la prima volta che leggo delle AM LIRE in un libro. Erri De Luca non è uno scrittore facile. A volte scorre come l’acqua, a volte è un fiume con tante curve. Però mi piace la persona e quindi arrivo comunque alla fine del libro.
 
L'Am-lira ovvero Allied Military Currency è stata la valuta che l'AMGOT mise in circolazione in Italia dopo lo sbarco in Sicilia avvenuto nella notte tra il 9 e 10 luglio del 1943 . Il valore era di 100 "am-lire" per un dollaro degli Stati Uniti . Totalmente intercambiabile con la normale lira italiana per decisione militare, contribuì alla pesante inflazione che colpì l'Italia verso la fine della Seconda guerra mondiale.Lo studio di cartamoneta specifica per l'Italia iniziò nel luglio 1942.


Tutti i biglietti riportano sul retro, in inglese, le quattro libertà sancite nella costituzione degli Stati Uniti: freedom of speech (libertà di parola),freedom of religion (libertà di religione), freedom from want (libertà dal bisogno), freedom from fear (libertà dalla paura)... Dal 1946 cessarono di essere moneta di occupazione e si usarono insieme alle banconote normali, sino al 3 giugno 1950.
 

 

giovedì 10 dicembre 2020

"Il peso della neve" Rigopiano


Il libro "Il peso della neve" (Mondadori) di Adriana e Giampiero Parete, sopravvissuti alla tragedia di Rigopiano (Farindola, Pescara). Racconta la storia di cosa accadde il 18 gennaio 2017 all'interno del Gran Sasso Resort di Rigopiano nelle drammatiche 50 ore che seguirono la valanga, quando 120.000 tonnellate di alberi, rocce, ghiaccio e neve spazzarono via tutto, uccidendo 29 delle 40 persone presenti.
A raccontarlo è la famiglia Parete, mamma, papà e due figli, i quattro protagonisti di quello che i giornali definirono «il miracolo di Rigopiano».

Sapevo quando ho comprato questo libro a cosa sarei andata incontro, cosa avrei provato ad entrare dentro questo dolore e sentire la sofferenza, ancor di più perché sono mamma. Ma sinceramente non avrei mai immaginato che sarebbe stato così straziante, così viscerale, così terribilmente doloroso. Però sono contenta di averlo fatto e ho capito tante cose che mi sono sfuggite di quella tragedia assurda. Io sono una volontaria di Protezione Civile e non riuscivo a credere che i soccorsi fossero arrivati così in ritardo. Le telefonate ignorate e gli appelli di aiuto non raccolti, perché non creduti. Che stava succedendo? Perchè si stava innescando tutto questo? Certo non siamo americani e non è tutto subito fico, ma i nostri sistemi di soccorso negli anni sono diventati sempre migliori e quindi non mi capacitavo del ritardo dei soccorsi e del loro arrivo.
Qualche mese fa ho fatto un corso per operatore sala radio. C’è un linguaggio che bisogna tenere quando si parla in radio affinché il messaggio arrivi chiaro e la risposta lo sia altrettanto.
Avere personale formato nei posti di lavoro è determinante per la sicurezza e la serietà nell’intervento, affinché più nessuno risponda come se fosse una telefonata scherzo, ma poi perché? C’erano state altre telefonate scherzo tali da determinare una situazione di non allerta? Cosa ha determinato la non riuscita di tutte quelle telefonate. Eppoi quando chiami il 112 è giustificabile l’attesa di un disco o che la telefonata venga chiusa per richiamare?
Ma soprattutto leggendo questo libro mi sono resa conto che anche il linguaggio della persona che telefona e deve allertare e segnalare è importante. Con sconcerto leggo nel libro che l’unico sopravvissuto alla valanga (il papà dei due bimbi, che poi si sono salvati), nei primi minuti della tragedia, era palesemente sotto shock mentre telefonava sperando che sua moglie e i suoi bambini non fossero morti “112 non risponde” - “118” Sono Giampiero Parete, chiamo dall’Hotel Rigopiano, Farindola. L’albergo non c’è più, non c’è più niente. C’è stata una valanga, mandate qualcuno… ripeteva… “un attimo rimanga in linea...” e intanto il telefono ha poco campo e poca carica...”da dove chiama?”… Rigopiano...mandate subito qualcuno….”ok ok stia calmo, adesso la richiamiamo. Rimanga con il telefono acceso”… Assurdo, assurdo che sia proprio la telefonata a non funzionare. La telefonata a cui ti aggrappi con tutto te stesso nella disperazione più cupa e hai freddo e ...nessuno ti richiama. Da qui la storia è risaputa. Disperato chiama un suo amico, quello che tra l’altro gli aveva regalato questa vacanza...”Professore, sono Giampiero. Quì è successo un casino, è venuto giù l’albergo. Un terremoto, una valanga. Ho perso tutto, sono tutti là sotto, Adriana e i bambini..abbiamo bisogno di aiuto!!!” … nel frattempo continuavo a provare con il 112 e 118, o non prendeva la linea o non rispondevano o gli operatori non mi credevano. …
Questo non si può leggere, questo non è tollerabile e soprattutto questo non può accadere.
Eppure è successo, eppure continuavano a chiedere nome cognome e altro senza segnalare l’allarme e anche il Professore non riusciva a far capire la gravità della situazione … ed erano passate ore. In tutto questo caos la segnalazione della telefonata arriva a Gabriele, un vicino di casa, capo dipartimento all’Anas. “Giampiero Parete? Lo conosco. Provo a chiamarlo io.”
“Gabriè aiutami tu. Sono quassù, una valanga ha distrutto tutto. Ho perso Adriana e i bambini...ho perso tutti”… e solo allora è partita la macchina dei soccorsi.
Sono basita nel leggere nel dettaglio come veramente è andata. Allora forse c’è la necessità di studiare un linguaggio anche nelle emergenze?!! Quanto deve essere disperata la voce che chiama e chiede aiuto?!!!!
Ad un certo punto del racconto, Giampiero dice che mentre era al telefono con un carabiniere, egli lo abbia minacciato di denunciarlo per procurato allarme. Cosa ha innescato queste reazioni? Mi domando, era troppo educato al telefono? Forse funziona di più la sceneggiata napoletana?!! Il tono della voce non era abbastanza disperato. E chi decide che non è così.
Questa vicenda ha troppe situazioni assurde, compresa la centralinista della Prefettura, rimasta tristemente famosa per la famosa frase “la madre dei cretini è sempre incinta” pensando ad uno scherzo, rispondendo alla telefonata che il Professore stava facendo insieme ad altri numeri da ore. In tutto questo si entra dentro la disperazione di una mamma che è sotto la neve con suo figlio, e la figlia chissà dove dietro le parerti di ghiaccio.
Io consiglio questo libro perché si entra dentro quella tragedia e si comprende in un modo viscerale come si sopravvive 50 ore senza i soccorsi, sotto la neve, al freddo. Non oso pensare a tutte le persone che sono morte aspettando un urlo, un richiamo, i soccorsi, gli eroi. Invece per una non formazione professionale, per una leggerezza che nella catena dei soccorsi non può avvenire, gli eroi sono arrivati tardi e sono tutti morti. 29 per l’esattezza. Ovviamente nel libro si racconta anche il dopo. Quando ti senti quasi in colpa perché sei vivo e gli altri sono morti e soprattutto quello che tutto questo può fare nella mente di un bambino. Leggetelo questo libro, vi farà solo bene.

lunedì 7 dicembre 2020

CANDY CANE

 

Avendo un cane di nome Candy, la curiosità è sorta spontanea, anche perchè io li ho sempre chiamati bastoncini di zucchero e non sapevo che si chiamavano Candy cane. 😉 🙂

Sono il dolciume più venduto in America nel mese di dicembre, uno dei simboli più iconici del Natale, acquistato perlopiù fra il periodo del Ringraziamento e la Vigilia: i candy cane, bastoncini di zucchero a strisce bianche e rosse al sapore di menta piperita, sono probabilmente fra i prodotti natalizi più misteriosi di sempre. Tante, infatti, le leggende che ruotano attorno ai dolcetti, utilizzati più per addobbare l’albero e decorare la casa che per l’effettivo consumo (la settimana di maggiori vendite, secondo la National Confectioners Association, è proprio la seconda di dicembre).

Candy cane e la leggenda del coro di Colonia
Il racconto popolare più famoso è quello del coro della cattedrale di Colonia in Germania: sembra che nel 1670 il maestro di musica iniziò a regalare degli stecchetti di zucchero agli studenti più giovani per tenerli buoni durante lo spettacolo The Living Creche, piegando i dolcetti e dando loro la forma del bastone dei pastori. Lo conferma anche Susan Benjamin, fondatrice del True Treats Historic Candy, negozio di caramelle nel West Virginia dove è possibile trovare tutti i dolciumi realizzati fino alla metà del Novecento. Benjamin è anche autrice del libro “Sweet as Sin: The Unwrapped Story of How Candy Became America’s Pleasure”, in cui afferma che, con buone probabilità, i bastoncini sono nati nel Seicento, periodo in cui lo zucchero soffiato – che potremmo considerare un antenato dei candy cane – era di gran moda, soprattutto in Germania.

L’arrivo delle strisce rosse

In America, comunque, dove sono ormai da tempo popolarissimi, i candy cane appaiono per la prima volta nel 1847, più precisamente a Wooster, Ohio, dove l’immigrato metà tedesco e metà svedese August Imgard addobbò un piccolo abete rosso con decorazioni in carta e bastoncini di zucchero. In principio, però, i canes erano solo di colore bianco. E così rimasero per circa 200 anni, fino al Novecento. “Con l’arrivo delle strisce nacquero tantissime leggende”, spiega l’autrice, “come quella che ritiene che nascondessero un codice segreto per i cristiani perseguitati in Germania o in Inghilterra nel Seicento, un linguaggio privato che cambiava messaggio di volta in volta a seconda del numero di strisce: tre per la trinità, una per il sacrificio di Gesù. Più in generale, per molti il rosso sta a indicare il sangue di Cristo”.
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Il gusto alla menta piperita
È altamente improbabile, però, che i candy cane siano legati alla sfera religiosa, “nonostante siano in molti a pensare che la forma stessa rappresenti la J di Jesus”. Torniamo quindi ai fatti: oltre al colore, un’altra aggiunta fondamentale è stata fatta in America: il sapore di menta. Piperita, per la precisione, una tipologia dal profumo intenso e inebriante e fra le erbe medicinali più antiche, in passato usata per curare mal di stomaco, indigestioni e nausea, sia nella medicina occidentale che in quella orientale. La spiegazione, in questo caso, è presto detta: fin dal Settecento, le caramelle venivano vendute come medicinali, dei rimedi casalinghi per alleviare i mali minori. Il farmacista era quindi spesso anche colui che fabbricava i dolciumi, perché molti degli ingredienti medicinali non erano altro che delle miscele di erbe dal sapore forte e sgradevole, che andavano addolcite.

La produzione di massa
Così, i chimici infondevano le erbe nello zucchero, spesso con aggiunta di menta piperita, il cui gusto rinfrescante aiutava a camuffare i sapori più cattivi delle erbe amare. Non c’è da stupirsi, quindi, se le primissime caramelle confezionate erano proprio alla menta: le Altoids, per esempio, storico marchio nato in Inghilterra nel 1781, sono state create dall’azienda londinese Smith&Company, che produceva anche pastiglie medicinali. Ma quand’è che i bastoncini così come li conosciamo oggi diventano un simbolo del Natale? Negli anni ’20, grazie a Bob McCormack, fondatore della Bobs Candies, azienda di dolciumi del gruppo Ferrara Candy Company. È stato lui il primo ad associare i candy cane al periodo natalizio, regalando ad amici e parenti i bastoncini allora preparati a mano: bisogna attendere gli anni ’50 perché suo cognato, Gregory Keller, progetti una macchina per la produzione automatica. A loro si deve la prima produzione di massa di uno dei dolci più famosi al mondo.

venerdì 13 novembre 2020

Pausa pranzo

Di solito si cerca i bar in zona per risparmiare e mangiare qualcosa, perchè ieri sera non ti è avanzato nulla per pranzo e magari stamattina proprio non avevi voglia di cucinare qualcosa.
E camminando invece decidi di entrare in un piccolo locale che proprio sembra uscito da un libro di fate. Dentro è tutto rosa e ci sono tantissime rose e fiori.
ok il menu' non è proprio di mio gusto, tartare no per carità, tacos no, insalate no... vabbè proviamo con avocado e verdure wok con calamari fritti. Le ragazze gentilissime però non si può nemmeno spendere 25 euro e uscire avendo ancora fame.