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venerdì 22 maggio 2020

Tarantismo


Più leggo e più riconosco di ignorare tante cose.
La Taranta.
Pensavo fosse solo un ballo tipico del territorio del Salento e delle sue fascinose tradizioni popolari e invece scopro ora che è collegato al Tarantismo.

Dalla nascita incerta tra IX e XI secolo, questo misterioso fenomeno culturale prende il nome dalla malattia contratta, secondo la tradizione, attraverso il morso di ragni velenosi. Preda di queste punture erano quasi esclusivamente le donne nei mesi estivi, impegnate nei campi per la mietitura del grano. Gli effetti del pizzico si manifestavano nella tarantata, questo il nome della ragazza colpita dal morbo, attraverso una combinazione di malessere psicologico e di dolore fisico così forte da farla cadere in uno stato di incoscienza tormentato e convulso. I familiari della malcapitata si appellavano allora a una cura tutt’altro che farmacologica, ma dagli effetti miracolosi: la musica. Al cospetto della vittima, suonatori e cantanti specializzati intonavano melodie incalzanti, le pizziche, per vanificare gli effetti del veleno, in un vero e proprio esorcismo musicale. Al ritmo veloce di strumenti e voce, la tarantata ritornava piano piano in sé e si lanciava in una danza sfrenata, fatta di salti, giravolte e piedi che pestano con forza il terreno, come a schiacciare un ragno.
Per quanto fosse efficace, la terapia aveva però dei punti deboli. Potevano volerci giorni prima di liberare una donna dallo stato di trance, dal momento che a ogni tipologia di morso corrispondeva una particolare sonorità che bisognava trovare senza l’aiuto della paziente (non così diverso dalla medicina: a ogni sintomo la sua cura!). Ma soprattutto l’effetto della pizzica era temporaneo. Ogni anno, all’inizio dell’estate, bisognava rinnovarlo e si consigliava alla tarantata un pellegrinaggio alla cappella di S. Paolo a Galatina, nelle vicinanze di Lecce, da svolgere il 29 giugno, giorno in cui il paese celebra il santo protettore dei pizzicati.
Gli ultimi episodi di queste possessioni risalgono agli anni ’60 e, a oggi, possiamo affermare che il malore di generazioni di donne pugliesi non fosse scatenato dalla puntura di un ragno, né tantomeno da episodi di isteria femminile. Sembra che il Tarantismo fosse una tradizione sfruttata da molte donne per manifestare le proprie frustrazioni e difficoltà in secoli in cui la loro posizione sociale era subordinata a quella degli uomini.

La leggenda del morso della tarantola nasconde in sé una storia fatta di lotte e di ricerca di emancipazione, ma soprattutto è messaggera del potere terapeutico della musica, che può alleviare i dolori più profondi.

Io so solo che mi incanto a vedere le danzatrici perchè nei loro passi sento e vedo una libertà selvaggia che è dentro ogni donna.


venerdì 24 aprile 2020

Fiori dalla cenere... il coraggio delle donne in guerra























Lo ammetto, sono stata attratta dalla copertina e dalla fascetta rossa "1 milione di copie vendute" "in corso di traduzione in 27 paesi". Insomma, ho pensato ... sarà sicuramente un capolavoro.
Così sono entrata dentro questo libro, piena di aspettive, e invece...


Dopo le prime pagine si è già catapultati nel fulcro del racconto, i capitoli sono alternati; il capitolo di Charlie raccontato in prima persona e ambientato nel 1947, e i capitoli che  parlano di Eve ed è narrato in terza persona (1915 e il 1917).
Giuro che mi sono annoiata tantissimo. La base storica c'è ma questa scrittrice non è stata degna di raccontare questo. Nel libro vengono narrati in versione romanzata fatti realmente accaduti e citate e approfondite le vite di personaggi realmente esistiti, la più importante fra tutti la grande Louise de Bettigenes, la più importante spia della Prima Guerra Mondiale.
La rete di Louise comprendeva 100 agenti a Lille e nelle aree circostanti e per conto degli inglesi monitorava le attività dell’esercito tedesco e inoltre aiutava i soldati alleati a fuggire dai territori occupati: secondo la Western Front Associationi la rete Alice abbia salvato la vita a più di 1.000 britannici.
Louise, nome in codice Alice, aveva capito il valore aggiunto delle donne in ambito spionistico: non destavano sospetti in circostanze in cui un uomo sarebbe stato fermato, potevano contare sullo stereotipo della donzella indifesa per sottrarsi agli sguardi indagatori, e il loro desiderio di combattere per la patria era ardente quanto quello dei mariti, dei padri, dei fratelli e dei figli. La “rete di Alice” – questo il nome con cui sarebbe passata alla storia – si guadagnò la fama di più efficiente organizzazione spionistica bellica, soprattutto grazie all’impegno della fondatrice e delle sue compagne. Queste donne non si accontentarono di aspettare il ritorno dei loro uomini: si gettarono a capofitto nella guerra e trovarono un modo tutto loro per combatterla.

Quando ho terminato il romanzo è arrivata la parte più bella e decisamente interessante.

La scrittrice riporta alla fine tutti i cenni storici di queste grandi donne e delle loro vite. Ecco, li libro vale solo per questo. Quindi che dire, lo consiglio, in fondo non tutti abbiamo gli stessi gusti.

Per non dimenticare il sacrificio e il coraggio di donne che hanno combattuto così, spie per il loro Paese, rendendo un grande servizio per le operazioni di guerra.

Appena terminato il libro ho letto questo articolo sulle partigiane e ho collegato i fili.
I fili che non si studiano a scuola, i fili che non scrivono nei libri e lo devi scoprire tu negli anni semplicemente leggendo.
Anche in questo libro c'è la vergogna di fare le spie. Perchè sei una puttana per tutti e basta anche se poi i tuoi capi ti elogiano e ti appuntano una bella medaglia.

Uccise, torturate, stuprate: le donne partigiane che pochi ricordano

Hanno salvato ebrei, fatti fuggire gli uomini durante i rastrellamenti. I nazi-fascisti infierivano su di loro

Un gruppo di partigiane

Carla era un’infermiera alquanto atipica, curava, cuciva, correva, rischiava.
Non era armata, come Tina, una sua compagna, che in bicicletta percorreva le stradine fra Treviso e Padova, per portare radio ricetrasmittenti, a continuo rischio cappio, e che un giorno decise di farsi dare un passaggio da un camion di nazisti, aggirandoli con la scusa di avere un sacco di libri pesanti dentro la valigia.
Nello stesso periodo Adriana riparava i ricercati dalla gestapo, e quando la banda Koch la catturò, questa donna bellissima fu “stesa su un letto di chiodi e battuta con un arnese che serviva per il camino, persi tutti i denti, mi spaccarono quasi tutte le costole, ma io non parlai, per otto giorni non parlai…. Ah, scordavo, mi strapparono anche tutti i capelli, ma io non parlai”.
Quelle che andavano sui monti si occupavano di tutto, quelle che restavano in citta’ si occupavano di tutto.
Ines, Gina e Livia restarono in città, e si inventarono la prima forma di resistenza pacifica; appena avevano il sentore che nel paese limitrofo le Ss stavano organizzando una rappresaglia, davano l’allarme, tutti gli uomini abbandonavano l’abitato, e loro, donne bellisssime, si schieravano di fronte alle loro case, tenendosi per mano, aspettando i tedeschi cantando le canzoni che di norma si sentivano nelle risaie. Tutte senza armi.
Paola lavorava al Comune, a stretto contatto con i fasci, e riusciva a far sparire centinaia di stati famiglia bollati come “di razza giudia”, alcuni li bruciava, altri li faceva falsificare, Fam. Goldstein diventava Fam. Bianchi, e così salvò migliaia di esseri umani facendoli transitare per i valichi svizzeri, salvo poi essere impiccata in pubblica piazza.
C’era Clorinda, combattente, che venne catturata, stuprata, azzannata dai cani della gestapo, torturata dal capo nazi, infine impiccata pure lei.
Alla fine di queste donne rimase poco o nulla, si contarono in circa diecimila le vittime deportate, torturate, seviziate e macellate come bovini, talune si salvarono, e a parte casi rarissimi (leggi Nilde Iotti e Tina Anselmi), tornarono a fare i lavori di casa fra le mura domestiche, continuarono a fare la vita di prima, lavare, cucinare, badare, crescere i figli, accudire il focolare, senza che nessuno dicesse loro grazie.

Su 70 mila donne solo 18 furono insignite di medaglia al valore, e null’altro.

Dopo il 25 aprile vi furono le sfilate nelle città liberate, prima gli alleati, poi i gruppi partigiani composti dagli uomini, in fondo alla parata le donne bellissime, solo alcune e non sempre, dato che persino il Pci all’epoca considerava scostumato far sfilare una donna che era stata sui monti con gli uomini, e le medesime venivano insultate dalle donne che non avevano mosso un dito, al grido di “puttane” quando andava bene, e questo comportamento ignobile fece sì che le storie uniche e irripetibili di questo meraviglioso esercito di eroine finisse irrimediabilmente nel dimenticatoio.

Ovviamente poi niente succede per caso.

In questi giorni oltre al libro, agli articoli sullo stato-denuncia della considerazione delle donne partigiane, arriva anche in tv, nel "Paradiso delle Signore" una puntata sulla commemorazione del 25 aprile e testimonianze di partigiane, partigiani.
La serie tv è ambientata negli anni '60 ma è molto triste pensare che ad oggi abbiamo perso quasi tutta la memoria con questa pandemia che ha decimato gli anziani e quindi la nostra memoria storica.





















L’Anpi riconosce35 mila partigiane combattenti, che hanno ottenuto il ruolo di tenenti, sottotenenti o al massimo maggiori, e 20mila “patriote”, con compiti di supporto, assistenza e organizzazione. Molte donne si rifiutarono di chiedere un riconoscimento a guerra terminata: molte, come il personaggio di Renata Viganò, sentivano solo di aver fatto quello che andava fatto.
Oltre a quelle che si trovarono a combattere per caso”, per senso del dovere o per seguire mariti, fidanzati e talvolta figli, ci furono anche donne già impegnate in politica o nelle associazioni comuniste e cattoliche che pretesero un ruolo più attivo all’interno dei nuclei partigiani. Da queste esperienze nacquero i Gruppi di difesa della donna (Gdd), un’associazione comunista e femminista fondata da Lina Fibbi, Pina Palumbo e Ada Gobetti, che partecipò a molte azioni di sabotaggio e lotta armata, e l’Unione donne italiane di sinistra (Udi). Anche molte donne cattoliche parteciparono alla Resistenza, mettendo a frutto le esperienze maturate nella Gioventù femminile di Azione Cattolica (come ad esempio la futura ministra della Sanità Tina Anselmi). Se questi gruppi nacquero con l’esplicito obiettivo di aiutare gli uomini impegnati nella Liberazione, già dal 1944 si organizzarono in maniera più autonoma e, oltre a partecipare attivamente alle azioni, fornirono supporto alle vedove, alle contadine o alle madri lavoratrici. Nel 1944 l’Udi fondò anche il proprio giornale clandestino, Noi donne, in cui si discuteva di politica e del ruolo della donna, si commemoravano le cadute e si riportavano le notizie sulle lotte femminili. I Gdd organizzarono anche numerosi scioperi e manifestazioni, su esempio della “rivolta del pane” del 16 ottobre 1941, quando un gruppo di donne parmensi assaltò un furgone della Barilla per ridistribuire il pane alla popolazione.

Di alcune figure straordinarie si ricordano ancora gli atti coraggiosi: Mimma Bandiera, la partigiana bolognese che, una volta catturata, resistette per sette giorni alle torture senza mai tradire i propri compagni. O Carla Capponi, dei Gruppi di azione patriottica (Gap) romani, che prese parte all’attentato di via Rasella. Quest’ultima ci ha lasciato un’autobiografia molto importante per capire il ruolo delle donne nella Resistenza, Con cuore di donna. Capponi racconta la difficoltà nello stabilire un rapporto paritario con i compagni del Gap, la loro riluttanza a consegnarle un’arma (che infatti dovrà rubare a un soldato fascista su un autobus affollato), ma anche il vantaggio di essere una bella ragazza in grado di distrarre fascisti e tedeschi, unito alla costante minaccia della violenza sessuale.

mercoledì 25 marzo 2020

La Locanda dove il mare parla piano

Allora stiamo parlando di un romanzo stile americano, per intenderci.

In questo periodo sto riprendendo in mano vari libri iniziati, insomma ho lavato le tende, rammendato tutti i panni e quindi ci stà no?!!!

La solita storia della ragazza tradita dal marito con una sua collega, che si ritrova con una casa ereditata da una zia che non sapeva di avere in America (che culo!!), una bellissima casa in riva al mare, abitata di 5 vecchietti amici della zia.

Al di là della trama, questo libro ha un grande vantaggio. Ti fa sognare un possibile stile di vita, una scelta di solitudini che si incontrano per creare un gruppo di persone anziane che tutto sommato non si fanno solo compagnia. E' molto simile alla teoria delle comuni, forse in Toscana in qualche casale, qualcuno lo ha fatto o lo fa. Ecco c'è nostalgia di un desiderio di convivenza diverso dallo stare in casa da soli e aspettare di morire. Sicuramente anche la storia di un quadro famoso e plurimiliardario che era in possesso della zia defunta, ti tiene abbastanza ancorato alla suspense della trama, quasi fino alla fine... Quindi per una lettura leggera e appassionata, lo consiglio.

giovedì 5 marzo 2020

I TRENI DELLA FELICITA'


Ho appena terminato questo libro che mi ha letteralmente scaraventato nel passato. Letto con avidità, per leggere cose che ignoravo o sapevo sommariamente e anche per il piacere di credere che non tutto è perduto, se siamo riusciti a fare questo.
Un pezzo di storia italiana che quasi nessuno sembra ricordare più, storia di un’accoglienza e di quanto la cultura e la generosità di un popolo sia o sembra cambiato, da una globalizzazione, che ci ha indurito i cuori.
Resta da chiedersi perché questa storia positiva sia ancora così poco nota e perché gli stessi protagonisti, mostrino una certa difficoltà a parlarne. Umiltà o vergogna? Perchè essere poveri è ancora una vergogna da nascondere, essere ladri invece no.
L’altruismo e la solidarietà oggi sono quasi considerate pecche dell’animo, una specie di pericolosa malattia chiamata “sensibilità”, o “empatia”, una stortura capace di portare il Paese intero alla rovina, vittima di approfittatori e speculatori.
Diventa allora sempre più necessario ricordare di quando queste erano le fondamenta del vivere civile ed erano sentite come un dovere.
Il passato ha ancora qualcosa da insegnarci, se non ce l’ha il presente.


Nell’immediato dopoguerra, un vecchio progetto di solidarietà nato alla fine del 1946 dall’idea del “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli” per ospitare, nutrire e curare i bambini napoletani presso le famiglie contadine emiliane, meno provate dalla guerra, creo’i famosi “treni della felicità”.
L’iniziativa traeva spunto da altre simili: bambini diretti in Emilia-Romagna erano partiti da Roma e provincia fino a Velletri, Cassino e Latina. Nel corso della sua durata, il progetto del Comitato salvò concretamente dalla fame, analfabetismo e malattie oltre 70 mila bambini, con il coinvolgimento anche di altre regioni, come la Toscana, le Marche, l’Umbria e la Liguria.
Confrontandoci con la realtà italiana attuale, questa sembra una favola, “una bella favola iniziata nel lontano 1947”. Racconta di una straordinaria esperienza politica e sociale, voluta, promossa e organizzata dal Partito comunista nei primi anni del secondo dopoguerra, quando Napoli si trovava in una condizione difficilissima. I bombardamenti subìti, le razzie naziste nella parte finale dell’occupazione dopo le Quattro Giornate e la povertà, avevano messo in ginocchio la più grande città del Sud. “Nell’immenso tessuto urbano che rimarrà per mesi privo di energia elettrica e di trasporti pubblici, gli abitanti sloggiati dai bombardamenti si ammucchiano nei ricoveri antiaerei, nelle stazioni della metropolitana e delle funicolari, tra le macerie, nelle grotte, nei cunicoli […]. La scarsezza di acqua costringe donne, vecchi e bambini a lunghissime file dinanzi alle poche fontane pubbliche ancora in funzione. Se il servizio di nettezza urbana è inesistente, tragica è la situazione sanitaria : gli ospedali semidistrutti mancano di farmaci […]. Miseria e vergogna non nascono da una vocazione patologica della gente napoletana, ma semplicemente dallo sfacelo”.



Il Comitato nacque in questo contesto da un nutrito gruppo di intellettuali capeggiati da Gaetano Macchiaroli, insieme ai partiti di sinistra e ad altre forze democratiche e sindacali come l’Udi, Unione Donne Italiane. L’idea era quella di far uscire dalla durezza della condizione post bellica quanti più bambini napoletani fosse possibile, dando loro l’occasione di conoscere, per la prima volta, un’esperienza di vita più adatta alla loro età, accogliendoli in città e regioni del centro-nord del Paese nelle quali avrebbero trovato migliori possibilità di nutrirsi e di crescere. Non che a quell’epoca altrove si navigasse nell’oro, ma almeno si riusciva in qualche modo a mettere insieme il pranzo con la cena.
I bambini furono individuati, “ripuliti”, accompagnati da schede di riconoscimento, forniti di cappotti e indumenti e preparati per lasciare Napoli. Con quali pensieri? I bambini di un tempo ricordano e raccontano la paura della partenza – a nessuno di loro era chiaro dove stessero andando e perché – ma anche la meraviglia dell’arrivo. Coperte rimboccate, stanze calde, giocattoli di stoffa e non di carta, scuole accoglienti, salami appesi alle travi della cucina, uova fresche e latte: ai loro occhi  sembravano dei veri e propri miracoli. Ma sono soprattutto le memorie della famiglia e della cura, scoperti per la prima volta insieme al senso di responsabilità degli adulti nei loro confronti, a essere ricordati con commozione: “A Napoli invece ognuno doveva preoccuparsi di se stesso,” raccontano. Allo stesso modo arrivano le testimonianze delle famiglie affidatarie: “Io stavo per dire, molto a malincuore, di no, pensando alle precarie condizioni, ma fu tale la gioia all’idea di fare del bene”.
Il ritorno a Napoli fu, per tutti, bambini e adulti che si erano presi cura di loro, combattuto: i primi dovettero più o meno consapevolmente arrendersi e rinunciare agli agi non solo materiali ma anche emotivi, spesso richiamati in città dai genitori perché dessero una mano alla famiglia d’origine lavorando; i secondi, invece, dovettero lasciarli tornare in quel contesto che era ancora poverissimo. Eppure non vi è traccia alcuna di pregiudizio verso il Sud o di due diverse “Italie” che non riescono a parlarsi: piuttosto, a emergere sono una serie di legami fortissimi appena sotto la superficie degli eventi, mossi dalla solidarietà e diventati, nel corso del tempo, un bel ricordo e, in alcuni casi, una solida amicizia.


Prima di questo libro, già ero venuta a conoscenza di questo fatto storico, leggendo il bellissimo libro “I comunisti mangiano i bambini”, in cui con orrore ho appreso il grande ostruzionismo e strumentalizzazione politica della Chiesa e dei democristiani verso i comunisti, sempre dipinti come “mangiatori” di bambini. I cattolici denunciarono una “tratta dei fanciulli”, mentre diverse testate contribuirono a diffondere quella che oggi chiameremmo una fake news, e cioè che i piccoli accompagnati ai treni in partenza per l’Emilia sarebbero stati, in realtà, spediti altrove dalla Sicilia, e cioè in Russia. I bambini furono letteralmente terrorizzati da preti e suore e questi poveri bambini partirono con dei traumi enormi. Gli avevano detto che gli avrebbero tagliato le mani e altre cose orribili che facevano i comunisti. Il lavoro di ricerca dei bambini in condizioni più disagiate fu dunque complicato dalla propaganda negativa che raggiungeva le famiglie soprattutto attraverso le parrocchie, ma il risultato, dopo la partenza del primo convoglio, superò ogni aspettativa.
Grazie ai controlli medici fatti ai bambini prima della partenza fu possibile avere una stima precisa di malattie e infezioni e dopo le diffidenze iniziali, si riuscì a coinvolgere anche gli oppositori politici della sinistra come la Pachiochia, una capopopolo monarchica che, una volta appurata la natura benefica dell’iniziativa, si offrì per collaborare in prima persona con gli organizzatori.
Fanno tenerezza tanti episodi raccontati nel libro e vissuti in prima persona da questo bambino napoletano (che deciderà poi di rimanere con la famiglia emiliana), come la meraviglia dei bambini che, davanti alla neve, vista per la prima volta dal finestrino del treno, la scambiarono per ricotta. In un’epoca in cui si era ancora molto distanti per lingua e cultura, si fece un vero miracolo di misericordia.



Ignoravo, storicamente parlando, che quella esperienza del Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli fu riproposta anche in altre situazioni di emergenza, come durante l’alluvione del Polesine nel 1951 e in seguito allo sciopero di San Severo nel 1950, a Foggia, che portò all’arresto di 184 persone, tra cui molte donne costrette a lasciare i propri figli che vennero temporaneamente “adottati” da famiglie del centro-nord Italia.


Consiglio la lettura di entrambi i libri per capire un pezzo importantissimo della nostra cultura e della nostra storia.




venerdì 14 febbraio 2020

E' solo amore...




































Donna stupenda che ho ammirato sempre.

Parto da questa sua frase per testimoniare quanto sia benefica l'empatia che si crea tra umano e animale, cane o gatto che sia, ma anche coniglio, cavallo, criceto, pecora, gallina e insomma osservazione del comportamento e rispetto. 

Ho avuto sempre gatti da quando ero adolescente, e mi hanno insegnato tanto sulla vita. Li osservi affascinata e sei sempre in prima fila a goderti lo spettacolo che ti offrono sentendoti  una privilegiata. Con il mio cane invece ho scoperto una relazione completamente diversa, che insegna altre cose bellissime della vita e forse bisogna averne e conoscerli entrambi per capire davvero che tipo di amore hai dentro di te e quanto e come lo puoi dare e ricevere. 

Non capisco chi fa del male agli animali e non sente il loro dolore, è il lato oscuro di questo mondo e davvero prego che siano sempre di meno.

venerdì 7 febbraio 2020

Un libro che chiude un cerchio iniziato tanti anni fa




Questo libro mi ricorda la mia prima vacanza da sola in montagna. Da poco separata volevo mettermi in prova come persona che aveva sempre fatto tutto a due. Con il treno raggiungo un paesino sperduto tra le montagne, dopo Bolzano, cantone tedesco. Scopro una realtà e un mondo che ignoravo, non solo dal punto di vista storico ma proprio a pelle, nelle sensazioni e nei pensieri. Parlavano tutti tedesco malgrado fosse in Italia e solo con i turisti si sforzavano di parlare italiano. Entrando in un forno ho scoperto i panini che Haidi ha portato alla nonna di ritorno da Francoforte e ho sorriso. Passeggiavo meravigliata in vie pulite e ordinate, case ornate di fiori e alberi, tutto perfetto, tutto così freddo. Era un mondo da me molto lontano e non riuscivo a capire bene cosa avevo intorno e la sensazione di disagio. Poi una visita guidata mi ha fatto capire. Il loro eroe sulla cui tomba portano i turisti è un soldato tedesco, quando parlano delle seconde case, dicono gli italiani hanno questo vizio qui. Eppoi con una sofferenza che ho sentito sanguinare sulla mia ignoranza, il racconto della violenza che hanno subito, dai nomi cambiati delle persone, delle vie e delle cose, al divieto di parlare la loro vera lingua e essere violentati in ogni cosa, in ogni fibra, profondamente, dalla politica fascista. Giuro che mi sono vergognata e sono stata tutto il tempo con un sentimento di scuse che non potevo fare e un senso di colpa che non potevo avere. E’ stato terribile. Bellissimi posti ma praticamente ci odiano. Ancora.

Ecco questo libro mi ha aiutato a capire questa sofferenza, che tanto è rimasta impressa nel mio cuore.


RESTO QUI’

L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Arriva la guerra e Hitler autorizza l’arruolamento degli italiani bilingue tedeschi nelle file delle SS. Per molti è una via di fuga dalle ferite mai rimarginate dall’occupazione italiana e la guerra poi busserà alle loro porte, e combattere sarà resistenza. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E cosí, mentre il lettore segue la storia di queste famiglie, all’improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.

23 luglio 1929

Roma vieta la lingua tedesca nella Provincia di Bolzano

Da Roma viene imposto l'uso della lingua italiana in ogni forma di comunicazione pubblica nella provincia di Bolzano.
Il 28 ottobre 1922 i fascisti marciarono su Roma. Il giorno seguente, il Re trasmise il governo e, di conseguenza, il potere dello Stato al Duce, capo del partito fascista, Benito Mussolini. I fascisti proclamarono, come vessillo di lotta, l’annientamento della minoranza tedesca.
Il loro programma può essere suddiviso in tre punti: snaturalizzazione dei sudtirolesi, massicci insediamenti italiani, allontanamento dei sudtirolesi dalla loro terra.
Con decreto del prefetto fascista, l’insegnamento in lingua tedesca fu proibito e punito.
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venerdì 31 gennaio 2020

Le grandi epidemie

Una nuova peste si stà abbattendo sulle nostre realtà, e quindi anche mossa da curiosità ho fatto una piccola ricerca in internet... 

Credo che le poche condizioni igieniche e una normale prassi di diminuzione della popolazione terrestre, dovuto forse ad un orologio di sopravvivenza di fronte ad un numero troppo elevato di persone, crei le condizioni per una epidemia e le sue conseguenze...


 La peste nera del Trecento

Una delle prime epidemie di cui si ha traccia è quella di febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, nel V secolo avanti Cristo. Il focolaio della cosiddetta “peste di Atene” colpì gran parte del Mediterraneo orientale. Nelle cronache del VI secolo dopo Cristo trova invece largo spazio il morbo di Giustiniano, una pandemia di peste bubbonica che, sotto il regno dell’imperatore Giustiniano I, dal quale prese il nome, si abbatté sui territori dell’Impero bizantino e in particolar modo su Costantinopoli. Ma fu la grande peste nera del 1300 la peggiore per la popolazione europea, che ne uscì decimata. L’epidemia fu probabilmente importata dal Nord della Cina. Nei secoli successivi si sono succedute periodiche epidemie di colera e il vaiolo, ribattezzata la “malattia democratica” perché uccideva tanto i poveri quanto i sovrani, come Luigi XV di Francia.


Il flagello della Spagnola

Nel XX secolo, l’enorme crescita della popolazione mondiale e lo sviluppo dei mezzi di trasporto moderni, insieme a tanti benefici, hanno permesso anche ai virus di viaggiare rapidamente da una parte all’altra del pianeta, arrivando incolumi dall’estremo Est sul suolo europeo o americano. La madre di tutte le pandemie, ancora più grave perché sviluppatasi in concomitanza con la Prima guerra mondiale, risale infatti al Novecento ed è l’influenza Spagnola, chiamata così perché le prime notizie su di essa furono riportate dai giornali della Spagna che, non essendo coinvolta nel conflitto mondiale, non era soggetta alla censura di guerra. Il virus contagiò mezzo miliardo di persone uccidendone almeno 25 milioni, anche se alcune stime parlano di 50-100 milioni di morti. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale. Identificata per la prima volta in Kansas nel 1918, la Spagnola era causata da un ceppo virale H1N1.


I virus del secondo Dopoguerra

Nel 1957 tornò la paura del contagio con la cosiddetta influenza Asiatica, un virus A H2N2 isolato per la prima volta in Cina. In questo caso, venne messo a punto in tempi record un vaccino che permise di frenare e poi di spegnere del tutto la pandemia, dichiarata conclusa nel 1960. Nel frattempo, però, erano morte due milioni di persone. Sempre dall’Asia, caratterizzata da aree densamente popolate, un’igiene non sempre appropriata e - almeno fino alla fine del secolo scorso - uno scarso livello di strutture sanitarie, nel 1968 arrivò l’influenza di Hong Kong, un tipo di influenza aviaria, abbastanza simile all’Asiatica, che in due anni uccise dalle 750mila ai 2 milioni di persone, di cui 34mila solo negli Stati Uniti.


Sars e “suina”

Nel nuovo millennio il primo allarme mondiale è scattato nel 2003 per la Sars, acronimo di “Sindrome acuta respiratoria grave”, una forma atipica di polmonite apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong in Cina. In un anno la Sars uccise 800 persone, tra cui il medico italiano Carlo Urbani, il primo a identificare il virus che lo ha poi stroncato. Risale invece al 2009 l’impropriamente detta “influenza suina”, causato da un virus A H1N1. Enorme l’allarme anche in Italia, dove furono oltre un milione e mezzo le persone contagiate. La paura rientrò quando fu chiaro che il tasso di mortalità era inferiore anche a quello della normale influenza.



Ora questa nuova epidemia che terrorizza il mondo. Sembra che il coronavirus risparmi i bambini, o li colpisce comunque con sintomi lievi. Fra i 425 pazienti di Wuhan, nessuno ha meno di 15 anni. I malati sono invece spesso in età avanzata: la metà ha oltre sessant’anni. La maggioranza (56 su 100) sono uomini. «I bambini — spiega il New England — sembrano essere meno suscettibili all’infezione o, se contagiati, mostrano sintomi più lievi». Una buona notizia per loro, ma una difficoltà in più per i medici che cercano di fotografare l’epidemia e di contenerla. «È probabile — scrive infatti l’équipe cinese — che questo porti a sottostimare i numeri delle persone realmente colpite».

L’inizio del contagio
Con tutta probabilità è partito ben prima dell’allarme ufficiale, che risale al 31 dicembre 2019. I primi pazienti hanno iniziato a mostrare sintomi il 1° dicembre e il New England sostiene che «la trasmissione da uomo a uomo, sulla base delle evidenze, è iniziata a metà di dicembre». Ogni malato finora ha infettato altre 2,2 persone. Questi numeri, chiedono con urgenza i medici cinesi, «richiedono uno sforzo considerevole per controllare la trasmissione del virus nelle zone a rischio». La Sars arrivava a un tasso di contagiosità più alto, intorno a 3. Ma provocava anche sintomi più gravi e difficilmente un malato sfuggiva al ricovero in ospedale. Il nuovo coronavirus da questo punto di vista è più subdolo. Confondendosi nei casi più lievi con la normale influenza di stagione, fa sì che molte persone contagiose proseguano la loro vita di tutti i giorni.

La rete di sorveglianza
I tempi di reazione di fronte alla nuova epidemia non sono stati abbastanza rapidi da evitare i focolai al di fuori di Wuhan. Ma di certo la lezione della Sars è servita. Allora — era il 2003 — ci vollero 4 mesi solo per rendersi conto dell’emergenza e isolare il virus. A dicembre i medici che in ospedale hanno dovuto gestire i primi pazienti si sono invece ritrovati in mano un questionario dal titolo “polmonite di origine incerta”. Era stato preparato in vista di una nuova epidemia. Andava riempito con i dati dei pazienti e con le interviste ai familiari sui comportamenti adottati nelle ultime settimane: luoghi visitati, persone incontrati, animali con cui si è entrati in contatto. In questo modo è stato possibile risalire al mercato di Wuhan come sorgente iniziale dell’epidemia. Fra le persone contagiate a dicembre, il 55% aveva frequentato i banchi in cui si vendevano tra l’altro animali selvatici vivi.

Il sistema sanitario cinese, specialmente nella regione di Wuhan, sta scricchiolando sotto al peso di migliaia di nuovi malati ogni giorno. Uno dei segnali di stress, sottolinea il New England, è la quota elevata di infermieri e medici che sono stati contagiati. Un altro problema grave è il tempo che i pazienti impiegano a trovare un posto letto. “L’89% dei pazienti — è uno dei dati più preoccupanti dello studio — non viene ricoverato prima che siano passati 5 giorni dall’inizio della malattia”. Questo lasso di tempo va aggiunto a un periodo di incubazione che è mediamente di 5,2 giorni, ma che in alcuni casi è arrivato a 12. Un bell’aiuto per un virus che non chiede di meglio che circolare il più possibile a piede libero.


mercoledì 27 novembre 2019

Abbiamo gli angeli in terra e non li vediamo...


Quando ho comunicato la mia decisione di prendere un cane, molti mi hanno detto, no ma dai che fai, non hai nemmeno il giardino, i cani devono stare fuori.

Ecco questo non lo capisco e non lo voglio capire.


Il mio cane vuole sempre stare nella stanza dove sono io. Non importa dove e come, l'importante è che io sia a vista. Quindi dorme nella mia camera da letto, sul suo giaciglio e mi piace vivere tutte le mie cose con lei accoccolata ai miei piedi. E' una cosa bellissima e davvero non bisogna avere case grandi e con il giardino, ma solo un grande cuore. I cani sono angeli in terra che ci insegnano l'amore e l'empatia e non sappiamo vederli purtroppo siamo condannati per sempre.

I cani tirano fuori la parte migliore di noi. Basta sentirli.