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mercoledì 27 novembre 2019

Abbiamo gli angeli in terra e non li vediamo...


Quando ho comunicato la mia decisione di prendere un cane, molti mi hanno detto, no ma dai che fai, non hai nemmeno il giardino, i cani devono stare fuori.

Ecco questo non lo capisco e non lo voglio capire.


Il mio cane vuole sempre stare nella stanza dove sono io. Non importa dove e come, l'importante è che io sia a vista. Quindi dorme nella mia camera da letto, sul suo giaciglio e mi piace vivere tutte le mie cose con lei accoccolata ai miei piedi. E' una cosa bellissima e davvero non bisogna avere case grandi e con il giardino, ma solo un grande cuore. I cani sono angeli in terra che ci insegnano l'amore e l'empatia e non sappiamo vederli purtroppo siamo condannati per sempre.

I cani tirano fuori la parte migliore di noi. Basta sentirli.



mercoledì 20 novembre 2019

Adesso vediamo....

Sono circondata da persone che non hanno le palle di dire di no e quindi tengono le situazioni sospese con un ....adesso vediamo, che sia chiaro, è un no. Un no vigliacco che però ti fa stare sospesa, in attesa di un forse che diventa si e non lo diventa praticamente mai.
E' la speranza che ti uccide lentamente, perchè in fondo ci speri ... ma dall'altra parte non c'è mai il dovuto rispetto di non lasciarti così.

E sinceramente mi sono rotta il cazzo. Ormai "adesso vediamo" per me sarà no. Così' non ci stò più male... eppoi i vigliacchi non li sopporto.


venerdì 15 novembre 2019

Empatia... questa sconosciuta

Un articolo letto da poco su Elle che parla di emozioni, narcisismo e relazioni mi da' lo spunto per una riflessione.

Una riflessione che riguarda l'empatia, una cosa che fa parte di me da sempre e non solo mi rende diversa ma mi espone al dolore degli altri con un tasso di sensibilità che non è proprio adatto a questa società di oggi.

Ogni sguardo è un libro aperto e non parliamo poi degli animali. Altro che San Francesco.

Sento troppo e vedo troppo.

Sono altresì circondata da narcisisti di ogni livello e forma, parassiti di emozioni e attenzioni, con buona dose di egoismo e indifferenza.

Ecco, l'indifferenza appunto che io non riesco proprio a tollerare e capire. Sicuramente un difetto grande da parte mia e soprattutto una non rassegnazione verso tutto questo.

E quindi ecco che sul sociale non riesco proprio a stare ferma o indifferente.

Ho ripulito una intera pineta in quattro mesi, 20 sacchi di mondezza varia e ora è solo prato. Stessa cosa quando passeggio in un parco. Ho sempre una busta dietro per raccogliere e buttare. Eppoi segnalazioni varie allo 060606- comune  di Roma. Buche, potatuta del verde, ama e insomma quello che vedo segnalo.

Il problema è che intorno a me tutto mi ferisce. Anche in famiglia e sul lavoro è davvero un problema gestirmi. Non sono molto contenta di essere così, e a volte sono costretta ad isolarmi e difendermi, soprattutto da chi cerca di approfittarsi di questa cosa.

Una settimana fa c'era una Lamborghini posteggiata sotto il mio ufficio. Passando con le colleghe, tutte a rimirar direi, tranne io, che avevo scorto un gattino nero che si riparava sotto la ruota. Si, effettivamente non sono normale.

Comunque tornando all'articolo, facendo i soliti studi delle Università americane che sembrano non avere mai un cazzo da fare, la nostra società, malgrado garantisca condizioni di vita migliori rispetto a quelle di trent'anni fa, offre però meno sosegno sociale, uno scarso senso di appartenenza alla comunità mentre le famiglie sono sempre più isolate anche nel problema separazioni. E quindi?
Quindi ormai drogati di social media siamo quasi anestetizzati, incapaci di capire e di capirsi.

La cura? Insegnare le emozioni fin dalle scuole materne, salutando con un ciao e un abbraccio.
Leggere tanti libri, che ci insegnano ad entrare dentro altre storie e quindi in empatia con i protagonisti. Effettivamente io leggo molto da quanto avevo 8 anni, credo proprio che sia stata questa la mia fregatura. Una lettrice in fasce ...

mercoledì 6 novembre 2019

I Comunisti mangiano i bambini

Senza ombra di dubbio credo che sia il libro più bello che abbia letto ultimamente e non solo dal punto di vista storico, ma anche politico e sociologico.

Quanti di noi si sono chiesti da cosa e come provenisse la diceria che i comunisti mangiano i bambini??
Io si, e questo libro non solo risponde ma innesca un fatto storico talmente importante da dover essere obbligatorio leggerlo come dato di guerra e dopoguerra.

Sembra che il fatto fosse storicamente vero, e nasceva molto  probabilmente dal fatto che in Russia, nel secolo scorso, vi furono gravi carestie durante le quali si registrarono anche episodi di cannibalismo.

Tra il 1921 e il 1923 in Ucraina alcuni bambini vennero rapiti e uccisi spacciandone poi la carne per animale.


E nel 1941, durante l’assedio di Leningrado (che uccise circa un milione di persone), il cannibalismo divenne per alcuni una strategia di sopravvivenza. Ancora più celebre è la storia dell’“Isola dei cannibali” narrata anche dall’omonimo libro di Nicolas Werth: nel 1933, 13.000 “elementi pericolosi” vennero deportati nel cuore della Siberia; quasi tutti morirono, anche uccidendosi tra loro, e gli episodi di cannibalismo erano all’ordine del giorno.

Facciamo una piccola pausa e colleghiamoci alla Pincola Ester, con le donne che corrono con i lupi. Ricordate gli orchi e il fatto che mangiassero i bambini?!! Ebbene tutto questo è stato sostituito nell'immagginario collettico con i comunisti che per il fascimo e il clero diventano gli orchi che mangiano i bambini. Tutto questo costruito con fatti di cronaca completamente inventati per innestare rancore e odio verso i russi e quindi i comunisti. Dai bambini siciliani rapiti a forza sulle navi e portati in Russia per essere uccisi a tutto un meccanismo giornalistico assoggettato ad una dittatura in cui la comunicazione non era solo pilotata ma inventata per il proprio tornaconto.

Solo questo dovrebbe spaventare davvero e questo libro apre il vaso di pandora.
Quello che si sospettava e che dovrebbe essere letto da tutti per capire veramente la nostra storia e tutto quello che è successo nel dopoguerra dalla democrazia cristiana e la Chiesa per incolpare i comunisti rossi di tutte le malefatte.
La figura della madre e della donna diviene figura centrale nella campagna stampa di diffamazione. Il soldato russo orcoe non i tedeschi. Stalin raffigurato con le fattezze di un orco con il naso grande che mangia i bambini.  Dopo la grande guerra e i fatti delle stragi che i tedeschi operarono nella ritirata, dovettero frenare nella campagna contro i russi, amici degli alleati e liberatori della Patria.

Questo libro si collega con il documentario "Pasta nera" che ho postato tempo fa, in cui si racconta il fatto dei bambini che nel dopoguerra andarono dal sud al nord per non morire di fame.
Tra il 1947 e 1952, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Italia è devastata e tra le più dolorose condizioni c'è quella dei minori, specie nel Mezzogiorno. Migliaia di famiglie di lavoratori del centro nord, ispirate da una nuova consapevolezza e dalla speranza nella ricostruzione del Paese, aprono le loro case ai bambini provenienti dalle zone più colpite e di più antica miseria del Meridione. L'iniziativa diventa ben presto un movimento nazionale che propone una concezione della solidarietà e dell'assistenza attenta alle soluzioni concrete ai problemi più urgenti, sostituendosi spesso all'assenza delle istituzioni. Ma una iniziativa di donne della sinistra e quindi l'orco da osteggiare.
Accolti dalle famiglie di emilia romangna, veneto e rimmessi a nuovo, sono stati salvati da morte certa. Purtroppo i preti dei paesi dicevano alle mamme di non mandare i figli al nord perchè li avrebbero mangiati. Mentivano sapendo di togliere un'occasione di riscatto e davvero di vita, pur di dare contro alla sinistra e ai comunisti.
Bambini terrorizzati che partivano e sui treni della felicità, così vennero chiamati, piangevano pensando di essere mangiati, una volta a destinazione... orribile.

Mi vengono i brividi a leggere tutto questo e davvero, davvero vi consiglio di leggere questo libro.

https://www.youtube.com/watch?v=v5zph62IdCY&list=PLiWYSmnD44Wy0LAxFIxEnR9lksYShfL-2&index=1

PASTA NERA - I treni della felicità


venerdì 18 ottobre 2019

Recensione: La magia delle cose perse e ritrovate di Brooke Davis

Millie ha 7 anni, dei bellissimi stivaletti rossi per la pioggia e un quaderno delle Cose Morte... Un giorno la sua mamma la porta al Centro Commerciale e le dice di restare ferma vicino ai mutandoni per grosse signore ad aspettarla, ma la mamma di Millie non tornerà! Millie fa amicizia prima con l'anziano Karl, poi della strana Agatha e con loro inizierà un viaggio verso Melbourne alla ricerca della sua mamma…

 
Quando ho letto questa trama e attratta dalla copertina, pensavo di aver comprato un libro piacevole. Niente di così lontano dalla verità. Scritto male e malgrado un contenuto che poteva valere e trasmettere di più, il libro non scorre. Scrivere a capitoli in cui parla una sola persona mi infastidisce e non mi piace. 
 
Alla fine del libro ho letto le note dell’autrice e i premi che ha preso, sono rimasta basita.
Questa signora non sa scrivere e quindi o mi sono impazzita io o è sceso e di molto il livello editoriale dei libri.
Delusa e anche dispiaciuta di averci perso varie serate.

Ora mi chiedo... del mio ultimo acquisto in libreria, posso forse salvare un libro, anche se ne devo leggere ancora due... Quindi o io ho ormai degli stardard molto alti, oppure è cambiato qualcosa nel frattempo e forse devo cambiare il criterio di scelta dei libri.



Seconda recensione: La lettera perduta

Attratta e incuriosita dalla trama avvincente del ibro, mi trovo invece imbrigliata in un libro stile Danielle Steele… favolette a lieto fine e con troppe coincidenze per essere vere.
Peccato, perché in fondo si racconta un pezzo di storia, si raccontano fatti e nomi e situazioni che ancora si ignorano della seconda guerra mondiale….eppure il tutto poi si perde con la sensazione amara che non ci sia più tanto rispetto per il lettore.



SINOSSI Austria, 1938. Kristoff, giovane orfano viennese, diventa apprendista presso Frederick Faber, mastro incisore specializzato nella realizzazione di francobolli. Quando il suo mentore, ebreo, scompare durante le devastazioni della terribile Notte dei Cristalli, Kristoff è costretto a mandare avanti la bottega al servizio dei nazisti. Ma la figlia di Faber, Elena, scampata alla cattura e collaboratrice della Resistenza, lo convince a unirsi alla causa, falsificando documenti e inviando messaggi in codice. Per lei, di cui è perdutamente innamorato, Kristoff farebbe qualunque cosa, a costo della sua stessa vita. Los Angeles, 1989. Da bambina, Katie amava accompagnare al mercato delle pulci suo padre, che era sempre alla ricerca di francobolli rari. Ora che l'Alzheimer gli sta togliendo passioni e ricordi, Katie spera di fargli un regalo gradito facendo stimare tutta la sua collezione. L'esperto di filatelia cui si rivolge, Benjamin Grossman, vi scopre una lettera la cui affrancatura, risalente all'inizio del secolo, sembra nascondere un messaggio segreto. Con l'aiuto di Benjamin, Katie decide di svelarne il mistero. Non sa ancora che la ricerca li condurrà a ritroso nel tempo, alla scoperta di una giovane coppia che si era giurata amore eterno, e poi nel presente esaltante di una Berlino che sta cambiando il mondo con la caduta del Muro. Non sa ancora che spetterà a lei, ora, rendere giustizia a quell'amore e a quella promessa. Ispirato a testimonianze reali della Resistenza.

martedì 15 ottobre 2019

Dopo linciaggi, insulti e violenze, ecco come gli italiani sono diventati «bianchi» per gli Stati Uniti

Ecco leggendo queste parole e questo articolo non posso non fare un paragone con il nostro presente.

Partendo dal linciaggio di New Orleans, Brent Staples racconta sul New York Times come i nostri concittadini passarono da essere considerati «inferiori» e «criminali» ad essere legalmente «bianchi», con tutti i diritti che ne derivavano




Nel 1790, durante la presidenza di George Washington, si svolse il primo censimento degli Usa, all’interno del quale si era divisi in tre categorie: «Free White Females and Males», «All Other Free Persons» e «Slaves» (schiavi), all’epoca soprattutto africani. L’idea del Congresso era quella di dare vita a un’America bianca, protestante e culturalmente omogenea (come ricorda l’acronimo «Wasp» usato per «White Anglo-Saxon Protestants»), immaginando che solamente «i bianchi liberi, emigrati negli Stati Uniti» potessero diventare cittadini naturalizzati. L’ondata di immigrati che stava arrivando da tutta Europa aveva generato il panico.
Bisognava porre un argine. Gli italiani meridionali — in particolare i siciliani, di pelle più scura — erano ritenuti un popolo “incivile” e di razza inferiore, troppo africani per far parte dell’Europa» (L’editorialista del Corriere ricorda come agli italiani emigrati negli States venisse, ad esempio, rinfacciato di aver esportato la mafia, ndr). Gli venne quindi impedito ad esempio di entrare in alcune scuole o sale cinematografiche; di essere parte di un’organizzazione sindacale; o ancora, vennero relegati in banchi separati delle chiese, vicino ai neri.
Arrivati come «bianchi liberi» negli Stati Uniti per cercare riscatto, presto vennero paragonati ai «neri» (anche perché accettavano lavori «in nero» nei campi di zucchero della Louisiana, come manodopera a basso costo sulle banchine di New Orleans o perché sceglievano di vivere tra gli afroamericani).
Il linciaggio di New Orleans del 14 marzo 1891 quando una folla di cittadini assalì la prigione locale e uccise 11 immigrati italiani, in particolare siciliani, diede vita a uno dei periodi di massima tensione tra gli Usa e Italia e a una crisi diplomatica che portò al richiamo in Italia dell’ambasciatore Francesco Saverio Fava da parte dell’allora presidente del Consiglio Antonio Starabba. La stampa italiana chiese con forza di fare giustizia sull’accaduto e di garantire alle famiglie delle vittime un adeguato risarcimento: i colpevoli non vennero mai puniti, ma l’allora presidente Benjamin Harrison decise di risarcire le famiglie con un’indennità. Grazie a quella storia, gli italiani sarebbero diventati «bianchi» di diritto, e meritevoli di rispetto.
La carneficina a New Orleans fu messa in moto nell’autunno del 1890 quando il capo della polizia David Hennessy fu assassinato mentre stava tornando a casa. Il suo assassinio, portò a un processo clamoroso a seguito del quale alcuni cittadini si radunarono fuori dalla prigione, riuscendo ad entrarvi, e linciando brutalmente 11 dei 19 uomini che erano stati incriminati. Tale episodio di violenza sarebbe passato alla storia come «linciaggio di New Orleans». «Il Times, giustifico’ la brutalità di quanto successo, descrivendo le vittime come «siciliani furtivi e codardi, discendenti di banditi e assassini, che hanno trasportato in questo Paese le passioni senza controllo, pratiche spietate ... Sono per noi un parassita, serpenti a sonagli... I nostri assassini sono uomini di sentimento e nobiltà rispetto a loro».
Solo qualche mese dopo, il 13 marzo 1891, un secondo processo stabilì l’innocenza di quasi tutti gli imputati e la sentenza venne accolta con rabbia dalla popolazione Usa. Per mettere un punto alla vicenda, Harrison fece appello al Congresso perché operasse per proteggere i cittadini stranieri — non i neri americani — dalla violenza della folla. Un tentativo di placare l’indignazione: da quel momento, di fatto, gli italiani avrebbero goduto di pari dignità.
Il Congresso nel 1920 limitò l’immigrazione italiana per motivi razziali, anche se gli italiani erano legalmente bianchi, con tutti i diritti che ne derivavano».
L’excursus di Staples prosegue ricordando come gli immigrati italiani furono vittime anche di altre accuse, ad esempio quando arrivarono in Louisiana dopo la Guerra Civile, per soddisfare il bisogno di manodopera a basso costo. I nuovi arrivati sceglievano di vivere insieme nei quartieri italiani, dove parlavano la lingua madre (o il dialetto), preservavano le tradizioni, fraternizzavano e in alcuni casi anche si sposavano con gli afro-americani. Una vicinanza che avrebbe portato alcuni tra i nostri connazionali a considerare i siciliani come «non completamente bianchi e ad ammettere nei loro confronti la persecuzione — linciaggio incluso —, normalmente imposta agli afro-americani».
Gli italiani, infine, conclude l’articolo sul Nyt, erano accusati di essere «criminali e assassini per natura». Queste caratterizzazioni raggiunsero un crescendo diffamatorio in un editoriale del 1882 che apparve sotto il titolo «I nostri futuri cittadini»: «Non c’è mai stata da quando New York è stata fondata una classe così bassa e ignorante tra gli immigrati che si sono riversati qui come gli italiani del sud che hanno affollato le nostre banchine durante l’anno scorso». E ancora, «i bambini immigrati italiani sono assolutamente inadatti e sporchi da collocare nelle scuole elementari pubbliche, a fianco di quelli americani».
Il mito razzista secondo cui afro-americani e siciliani erano entrambi criminali innati si ritrova, poi, anche in una storia del Times del 1887 riferita alla storia del linciaggio di quello che all’epoca venne soprannominato «Dago Joe» («dago» è un insulto diretto agli immigrati italiani, spagnoli e portoghesi, usato ancora oggi, come si legge sulla Treccani, ndr): «Una mezza razza, figlio di un padre siciliano e di una madre mulatta, che aveva le peggiori caratteristiche di entrambe le razze... Astuto, infido e crudele, era considerato nella comunità in cui viveva un assassino per natura».

martedì 1 ottobre 2019

Marzabotto e Domenikon... una sporca guerra

Ho visto questo documentario su sky e mi ritengo fortunata di apprendere qualcosa che si ignora, che non è sui libri di storia e che soprattutto cambia la visione della guerra.


Grecia 1943: quei fascisti stile SS

Domenikon come Marzabotto. Oltre 150 uomini fucilati per rappresaglia. Ora un documentario alza il velo sulle stragi del nostro esercito. Occultate







I partigiani avevano fatto fuoco dalla collinetta, quando il convoglio aveva rallentato in curva, a un chilometro dal villaggio di Domenikon.
Grecia 1943: quei fascisti stile SS
Erano morti nove soldati italiani. Dunque i greci andavano puniti: non i partigiani, i civili. Domenikon andava distrutta. Per dare a tutti "una salutare lezione", come scrisse poi il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. "Qui al villaggio, prima, i soldati italiani venivano per un'ora o due, flirtavano con le donne, poi se ne andavano. A Elassona avevano fidanzate ufficiali. Erano dei dongiovanni", racconta un contadino davanti alla cinepresa. Prima, sì. Non il 16 febbraio 1943. Quel giorno gli italiani brava gente si trasformarono in bestie.

L'eccidio di Domenikon, la piccola Marzabotto di Tessaglia, è un crimine italiano dimenticato. In stile nazista, solo un po' meno scientifico. Fu il primo massacro di civili in Grecia durante l'occupazione, e stabilì un modello. Il primo pomeriggio gli uomini della Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e fecero un primo raduno sulla piazza centrale. Poi dal cielo arrivarono i caccia col fascio littorio. Scesero bassi, rombando, scaricando le loro bombe incendiarie. Case, fienili, stalle bruciarono tra le urla delle donne, i muggiti lugubri delle vacche. Gli italiani gliel'avevano detto, raccontano i vecchi paesani: "Vi bruceremo tutti". Il maestro, che capiva la nostra lingua, avvertì: "Mamma. Ci ammazzano tutti".

Molti non avevano mai visto un aereo. Al tramonto, raccontano i figli degli uccisi, le famiglie di Domenikon furono portate sulla curva dei partigiani. Dopo esser stati separati dalle donne, tra pianti e calci, tutti i maschi sopra i 14 anni, fu ordinato, sarebbero stati trasferiti a Larisa per interrogatori. Menzogna. All'una di notte del 17 gli italiani li fucilarono nel giro di un'ora, e i contadini dovettero ammassarli in fosse comuni. "Anche mio padre e i suoi tre fratelli", ricorda un vecchio rintracciato da Stathis Psomiadis, insegnante e figlio di una vittima che si è dedicato alla ricostruzione dell'eccidio, indicando la collina di lentischi e mirti. La notte e l'indomani i soldati della Pinerolo assassinarono per strada e per i campi pastori e paesani che si erano nascosti: fecero 150 morti.

È tutto ricostruito nel documentario 'La guerra sporca di Mussolini', diretto da Giovanni Donfrancesco e prodotto dalla GA&A Productions di Roma e dalla televisione greca Ert, che andrà in onda il 14 marzo su History Channel (canale 405 di Sky). La Rai si è disinteressata al progetto. Il film, che riapre una pagina odiosa dell'Italia fascista, si basa su ricerche recenti della storica Lidia Santarelli. La docente al Centre for European and Mediterranean Studies della New York University, parlando con 'L'espresso' di Domenikon e dei massacri italiani in Tessaglia, Epiro, Macedonia, li definisce "un buco nero nella storiografia". Che cosa sa il grande pubblico della campagna di Grecia di Mussolini? Ricorda il presidente Ciampi, le commosse rievocazioni della tragedia di Cefalonia, il generale Gandin e la divisione Acqui, le emozioni cinematografiche di 'Mediterraneo' e del 'Capitano Corelli', con gli italiani abbronzati, generosi, portati a fraternizzare. Una proposta di legge (Galante e altri) presentata alla Camera il 24 novembre 2006 per istituire una Giornata della memoria delle vittime del fascismo accenna all'eccidio di Domenikon; ma è un'eccezione.

Italiani brava gente? Per nulla."Domenikon", dichiara la Santarelli nel film, "fu il primo di una serie di episodi repressivi nella primavera-estate 1943. Il generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, emanò una circolare sulla lotta ai ribelli il cui principio cardine era la responsabilità collettiva. Per annientare il movimento partigiano andavano annientate le comunità locali". L'ordine si tradusse in rastrellamenti, fucilazioni, incendi, requisizione e distruzione di riserve alimentari. A Domenikon seguirono eccidi in Tessaglia e nella Grecia interna: 30 giorni dopo 60 civili fucilati a Tsaritsani. Poi a Domokos, Farsala, Oxinià.

Le autorità greche segnalarono stupri di massa. Azioni di cui praticamente non esistono immagini, memorie sepolte negli archivi militari. Il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili. Nel film il diario del soldato Guido Zuliani racconta di rastrellamenti e torture. Il capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, scrisse una lettera di denuncia ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale: "Vi vantate di essere il Paese più civile d'Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari". Fu internato, torturato, deportato in Italia. La figlia: "Un incubo".

Gli italiani imitarono i tedeschi, ma senza la loro tecnica. Nel campo di concentramento di Larisa, a nord di Volos dove nacque Giorgio de Chirico, furono fucilati per rappresaglia oltre mille prigionieri greci. Molti morirono, ricorda 'La guerra sporca di Mussolini', di fame, denutrizione, epidemie. Le brande con i materassi di foglie di granturco erano infestate dalle pulci. L'occupazione (sino al settembre '43 gli italiani amministrarono due terzi della Grecia, un terzo i tedeschi) si caratterizzò per le prevaricazioni continue ai danni di innocenti. La Tessaglia era il granaio greco. L'esercito italiano eseguiva confische, saccheggi, sequestri. Introdotta la valuta di occupazione, il mercato nero andò alle stelle. La razione di pane si ridusse a 30 grammi al giorno. Il film mostra abitanti di Atene morti di fame gettati come stracci agli angoli delle strade. "Nel solo inverno 1941", ricorda la professoressa Santarelli a 'L'espresso', "la carestia indotta dall'amministrazione italiana fece tra i 40 e i 50 mila morti. Nell'intero periodo morirono di fame e malattie tra i 200 e i 300 mila greci. Un altro capitolo poco studiato è la prostituzione: migliaia di donne prese per fame e reclutate in bordelli per soddisfare soldati e ufficiali italiani". Nel 1946 il ministero greco della Previdenza sociale, nel censire i danni di guerra, calcolò che 400 villaggi avevano subito distruzioni parziali o totali: 200 di questi causati da unità italiane e tedesche, 200 dai soli italiani.


La Grecia rimossa ci costringe a riflettere. Come dice nel film lo storico Lutz Klinkhammer, il massimo studioso di atrocità tedesche in Italia: "La leggenda del bravo italiano non è completamente inventata. Ciò che è inventato è che tale immagine fosse l'aspetto dominante nell'occupazione di quei territori". I generali Geloso e Benelli altro non fecero che applicare le linee guida del generale Roatta in Jugoslavia, che teorizzò la strategia "testa per dente". Klinkhammer dichiara che le fucilazioni italiane in Slovenia, nella provincia di Lubiana, ebbero le stesse dimensioni delle fucilazioni tedesche in Alta Italia dopo l'8 settembre. Oltre 100 mila slavi transitarono per i campi di concentramento italiani in Jugoslavia. Nell'isola di Rab, di cui il film mostra cadaveri scheletrici, morì il 20 per cento dei prigionieri. Klinkhammer usa per l'esercito di Mussolini, ricordando i crimini in Etiopia e Cirenaica con l'impiego di gas contro i civili, il termine "programma di eliminazione". E se dopo il 1945 Badoglio e Graziani furono i primi due criminali di guerra elencati dalle autorità etiopi, per la Grecia e i Balcani furono sollevate analoghe richieste per i generali Roatta, Ambrosio, Robotti e Gambara.

A Londra la Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra ricevette una lista con più di 1.500 segnalazioni di criminali di guerra italiani. Perché tutto andò insabbiato? Ecco un'altra rimozione nazionale. Nel 1946 era cambiato tutto: l'Europa spaccata in due tra Alleati e blocco sovietico. L'Italia di De Gasperi rientrava nella strategia di compattamento occidentale contro Stalin. Il nostro governo rifiutò la consegna dei responsabili di atrocità alla Grecia. Mentre De Gasperi istituiva una commissione d'inchiesta, chiedeva a Washington di temporeggiare. Stessa richiesta da Lord Halifax per il governo britannico, pur vicino alla Grecia, dove infuriava la guerra civile tra monarchici e comunisti. In breve: l'Italia rinunciò a chiedere estradizione e processo per i criminali nazisti (ricordate 'l'armadio della vergogna'), la Grecia fece lo stesso con l'Italia. La Guerra fredda fu la pietra tombale sulle richieste di giustizia (vedere intervista a Filippo Focardi qui sopra).

Domenikon oggi è un paesino circondato dalla macchia, da ginepri, cardi e rosmarini. I tramonti lo tingono di rosa come nel 1943. I patrioti come Stathis Psomiadis hanno cercato di sollevare il velo dell'oblio, e questo documentario è un tributo agli innocenti. La realtà però è amara. Domenikon, riconosciuta città martire nel 1998, non è diventata memoria collettiva, come da noi Marzabotto. Molti greci non conoscono queste vicende. Perché già nel 1948, con la rinuncia del governo a chiedere l'estradizione dei criminali italiani, la questione si chiuse. I processi non furono mai istruiti. Anni dopo anche il Tribunale di Larisa archiviò il caso. E di Domenikon resta la memoria di pochi, gente semplice, poco mediatica, come si dice oggi. E un tramonto rosa malinconico. Sopra il villaggio, sopra la giustizia e la storia.

giovedì 26 settembre 2019

Non avrei mai pensato che sarebbe stato così bello

Non puoi avere un cane, lavori tutto il giorno... Mi hanno sempre detto. Poi sospiri e pensi, ma si quando andrò in pensione. E invece no, cavolo. La vita è adesso e allora vediamo un po', mi posso organizzare con un dog sitter. Si è un sacrificio e ti cambia totalmente la vita ma non avrei mai pensato che sarebbe stata così bella. Un'emozione ogni giorno e una scoperta.



Candy ormai ha preso possesso dell'ambiente ufficio e ha imparato la strada stanza-mensa. Anche l'ufficio postale è andata ok.
Certo ho scoperto che non può entrare nello studio medico, in farmacia, in libreria, nei supermercati e quindi sto' rivalutando i negozi di quartiere, il forno, la macelleria, la frutteria eppoi adora andare in macchina. È curiosa e guarda tutto con il sorriso. Mi fa tanta tenerezza.
Se penso che sono solo 3 mesi ...ha fatto passi da gigante. In fondo non aveva mai visto un ascensore o il robot che si accende quando gli pare e gli gira per casa. La musica in macchina, la televisione. È di una intelligenza unica. Il suo sguardo da voce alle parole che non può dire ma piano piano ci stiamo capendo. Grazie a lei cammino tantissimo e ho scoperto i colori e i profumi della natura.
E che dire poi dell'emozione quando per la prima volta ha sentito la sabbia sotto le zampe e il mare. La prima volta che ha preso coraggio e si è tuffata, nuotando.
Sono cosi tante le prime volte di... che è impossibile non emozionarmi.
Ma la cosa che fa la mattina quando sale sul mio letto per darmi il buongiorno e farci le coccole, è un grande sospirone, come per dire... "non ci posso credere che adesso ho una casa e una mamma" e si riaddormenta.
Grazie canile Hermada

E pensare che mi doveva arrivare un'altro cane, che purtroppo il giorno della partenza si è sentito male e il veterinario, visto il lungo viaggio, ha consigliato di non farlo viaggiare. Sapevo che era cardiopatico e una pasticca al giorno non sarebbe stato un problema, quindi era proprio destino che poi è arrivata lei.