Pagine

mercoledì 30 gennaio 2019

Giorno della memoria

27 gennaio... ma ormai si inizia dalla settimana prima... credo di aver visto tutto e di più, tra cui questo film che avevo perso al cinema, quando è uscito.
E' una storia vera, come le tante raccontate negli anni. Ma la scena in cui i soldati tedeschi violentano la bambina ebrea nel ghetto di Varsavia mi ha fatto entrare dentro un buco nero molto profondo... entrare nel dolore che è stato e che è stato umanamente atroce da vivere, così differente dai nostri giorni.

Ho finito le parole... basta vedere i film.

Eppure la guerra non è possibile immaginarla  perchè sono troppe le violenze fisiche e psicologiche che hanno avuto e affrontato e nell'era del prozac e dello xanas non so davvero quanti veramente c'è la farebbero. Eppure  malgrado lo shock credo che si debba continuare a vedere e rivedere quello che è stato, non per non dimenticare, per non rifarlo o assecondarlo.

Ma questo Dio che ha promesso pace e amore quando si deciderà a spazzar via tutta questa merda dal mondo?



lunedì 21 gennaio 2019

Book love

“Interrogo i libri e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso.”
(Francesco Petrarca)

venerdì 18 gennaio 2019

La piccola erboristeria di Montmartre e rai3

Questo libro parla di famiglia, di dolore, di rinascita. Donatella Rizzati regala un romanzo che fa stare bene.
I libri arrivano e curano le nostre ferite che sanguinano, regalandoci risposte e riflessioni.
A me capita spesso e da sempre e sono davvero grata di questa cosa. 
Devo ringraziare questo libro per tante cose, ma soprattutto per avermi fatto venire voglia e curiosità verso i fiori di Bach di cui non ho mai fatto uso e il desiderio di calarmi dentro profumi e odori che possono regalarci momenti di serenità.
Non ho l'abitudine a mettere nella vasca essenze e non credo di aver mai incontrato una naturopata, ma davvero questo libro mi ha fatto entrare dentro un mondo che non conoscevo, soprattutto ad un diverso approccio alla vita, che non conoscevo.
Gli occhi sono lo specchio dell'anima, si dice, e spesso sono davvero la nostra mappa della salute. Basta saperli leggere.

Mi è piaciuto molto e lo consiglio caldamente, se non fosse anche solo per le ricette che regala all'interno su bagni, candele e tanto altro.



Eppoi una sera per caso su rai 3 vedo un film bellissimo, "Tutto quello che vuoi".


“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” Italo Calvino 










 






Le belle commedie hanno la peculiarità di essere leggere e al tempo stesso profonde.
Strappano sorrisi e risate, ma con garbo e senza volgarità. Commuovono con delicatezza, con la naturalezza della vita vissuta. Tutto quello che vuoi è tutto questo. Un piccolo grande film che racconta una storia semplice, di quelle che accarezzano il cuore.
Cosa hanno in comune Alessandro, un ventenne coatto e disadattato che passa le giornate tra la play-station e il cazzeggio al bar, e Giorgio Ghelarducci, un anziano poeta, elegante e gentile, affetto da Alzheimer? Cosa avranno mai da dirsi due generazioni tanto diverse e lontane?
Apparentemente nulla.


Questo film mi ha anche ricordato recenti interviste televisive, in cui si evince l'abissale ignoranza dei giovani di oggi, soprattutto quelli che non studiano... e così quando in una scena, parlando di una sistuazione del passato di questo signore anziano, la frase è ..."americani buoni, nazisti cattivi. Sono anni che giochi alla playstation e ancora non ci hai capito un cazzo!!!!"...
Che dire?!!! Meglio sorridere.

mercoledì 9 gennaio 2019

Libri di inizio anno

Per rilassarmi un po' in questo periodo sono entrata dentro alcuni libri che dovevo leggere, e volevo condividerli con voi, che siete anche lettori, come me.

LA SCIARPA RICAMATA

Sia chiaro che dirò meraviglie di questo libro.
Si entra dentro la trama scivolando dentro i secoli e la storia, con un tale realtà e coinvolgimento quasi da sembrare di essere lì e viverlo.
E' la storia e il possesso di una sciarpa che in due storie in due secoli determina il destino delle donne che l'hanno posseduta.
Devo dire che questo libro è anche altro.
Ti insegna a vivere, o meglio ti insegna il destino della morte nella vita e la necessità di soppravvivere ai nostri dolori. Semplicemente stupendo.
Con i nuovi emigranti che adesso continuano a partire ed arrivare, fa un certo effetto leggere di Ellis  Island.

Quando dico che sono i libri a cercare noi, è vero.

Questo libro è arrivato nella mia vita in un momento in cui ho affrontato un lutto difficile. Veronica, morta in 5 giorni per emorragia celebrale. Era praticamente la nipote della compagna di mio padre ed è stato davvero devastante per tutti. Aveva solo 24 anni.

Trama:
Ellis Island, settembre 1911. Dopo aver perso l'uomo che amava, Clara ha scelto di prendersi cura degli emigranti che ogni giorno approdano all'isola, in attesa di ottenere il visto d'ingresso negli Stati Uniti. Un giorno, tra le migliaia di persone, un uomo attirala sua attenzione. Ha la febbre, forse è destinato a morire e non si separa mai da una bellissima sciarpa con un motivo floreale su cui è ricamato un nome: Lily...Manhattan, settembre 2011. Taryn lavora in un negozio di tessuti nell'Upper West Side. Rimasta vedova, è faticosamente riuscita a trovare un nuovo equilibrio e un pò di serenità. Ma non riesce a cancellare il ricordo del giorno in cui le Twin Towers sono crollate, seppellendo suo marito...
il resto lo dovete scoprire da voi.

AL MATTINO STRINGI FORTE I DESIDERI

Delizioso direi ma è anche un libro che mi ha fatto venire voglia di sottolineare frasi mentre leggevo e praticamente non lo faccio da anni..." c'è sempre da aspettare con il papà, perchè litiga con il tempo e allora bisogna aspettare che facciano la pace".... lui si è fatto l'idea che il tempo sia un nemico degli adulti.

Trama:
A Natascha Lusenti, nota voce di Radio2, gli ascoltatori chiedevano da tempo un romanzo. Quel momento è arrivato. Al mattino stringi forte i desideri, il suo esordio in libreria per Garzanti, racconta la storia di tutti noi quando abbiamo bisogno di ripartire da zero, spaventati e felici allo stesso momento. Quando ci dimentichiamo che il bello della vita è nelle piccole cose, nei rapporti umani veri, nei sorrisi e negli occhi di uno sconosciuto.

La protagonista, Emilia, è ferma davanti al grande palazzo. Con lei ha solo poche valigie e i suoi due adorati gatti. Dopo aver perso il lavoro e le redini della sua vita, è lì per ricominciare. Da una nuova casa e da nuovi inquilini da conoscere. Ma l’accoglienza che riceve non è quella che si aspettava. Nessuno sembra badare a lei che si nasconde dietro una frangetta e indossa scarpe basse per non farsi notare. Eppure Emilia decide che è il momento di spazzare via le insicurezze. È stufa di mancati saluti e fredde frasi di circostanza. L’unico modo per cambiare la situazione è cercare di colpire la curiosità di chi passa sempre davanti alla bacheca del condominio. Proprio lì Emilia appende ogni giorno poche righe in cui racconta le sue sensazioni, i suoi ricordi, le sue speranze. Senza rivelarsi. Forse le scrive per far sentire la sua voce in qualche modo. O forse per donare un po’ di gioia a chi rincorre la vita senza più fermarsi alle cose semplici. Ci deve essere qualcuno che come lei ama il colore giallo, ricorda quella bicicletta su cui sembrava di volare da bambini, o ha timore delle cose perse che non si trovano mai più. Ci deve essere qualcuno che sente il bisogno di risponderle. Ma così non è. Fino al giorno in cui trova vicino al suo biglietto una figurina da bambini. Il primo segnale che qualcuno si è accorto di lei. Non ha idea di chi possa essere stato, ma tutti gli indizi portano a quel bambino che ha sempre un libro in mano, con la maglietta di Star Wars e con il padre sempre troppo impegnato al telefono. Solo lui può capire l’importanza dei dettagli. Emilia sente che lui sarà il suo primo amico nel palazzo per poi piano piano avvicinarsi a tutti gli inquilini. 

Io lo consiglio vivamente, e devo dire che ho trovato un piccolo pensiero di felicità quando la protagonista racconta che sua mamma "quando i raggi del sole non riuscivano a passare attraverso le nuvole" faceva una torta di mele, un modo per avere l'arcobaleno a portata di mano mentre aspettava che il cielo sopra il suo cuore si rasserenasse. Praticamente quello che succede spesso a me, quando sono triste faccio una torta di mele e mi sembra che per un po' passi tutto, come se il suo profumo per casa fosse un balsamo per il mio animo.




lunedì 10 dicembre 2018

Una sera in Toscana

FESTA DI FAMIGLIA - Modignani

L'ho letto in due ore, passando una piacevole serata.

Sveva  ci regala prima di Natale un libro che apre le porte e una storia che si svolge a Dicembre.
L’appuntamento è sempre lo stesso, ogni settimana, in un ristorante di Piazza Novelli a Milano. Quattro amiche, quattro donne che si confrontano a colpi di emozioni e momenti di vita.
“Festa di Famiglia” parla delle donne mamme e figlie, amiche alla ricerca e  presa decisionale di avere diritto ad una fetta di felicità. Tutto in fondo gira intorno a questo per tutti, no? Spesso si paga caro, costa sofferenza, dolore e rinuncie ma è bello leggere la forza di queste donne.
E' stato così rilassante e così bello entrare in questo libro che davvero mi è volato il tempo.

ll libro poi l'ho lasciato alla ragazza dell'agriturismo dove sono stata nel week end. Un posto bellissimo dove sicuramente ritornerò a primavera.

mercoledì 5 dicembre 2018

La porta di Merle

Lezioni da un cane libero pensatore.

Merle e Ted Kerasote si sono incontrati nel deserto dello Utah. Merle era poco più che un cucciolone di dieci mesi, ed era stato probabilmente abbandonato.
Ted aveva quarant’anni, scriveva articoli e saggi sugli animali. Dopo il “colpo di fulmine” fra i due, Merle si è subito trasferito nella casa di Ted nel Wyoming, una zona prevalentemente rurale, e Ted ha fatto installare una porta che permettesse a Merle di andare e tornare a suo piacere, completamente libero. In questo modo Ted è riuscito instaurare con Merle un rapporto unico che ha insegnato molto a entrambi. Hanno infatti imparato che non si tratta solo di lasciare una porta aperta, quanto piuttosto di lasciare spazio alle emozioni e alle decisioni uniche di ognuno di loro, ovvero: ricetta per la felicità.
_____________________________________________

Sono entrata dentro questo libro a piccoli passi.
E ogni pagina che giro è come se mi innamorassi anche io piano piano di questo cane e della sua storia.
E' vero che nei libri che ci scelgono ci mettiamo anche tanto nella nostra vita. E questo libro arriva in un momento particolare della mia vita. Desidero avere un cane, ma non posso. Vorrei trovarlo a casa quando rientro la sera e fare lunghe passeggiate con lui che mi aiuterebbero anche con il diabete ma purtroppo sono fuori casa troppe ore e al canile mi hanno detto che non posso tenerlo.


lunedì 26 novembre 2018

La casa dei libri

Ultimamente mi accade spesso di essere delusa da un film in cui riverso tante aspettative o al contrario di essere piacevolmente sorpresa da quello che pensavo un film mediocre e si rivela invece un capolavoro.

Ecco questo film è stata una vera delusione oltre che di una noia mortale. Film francese, lento e dove non c'è il lieto fine, al contrario dei film americani.

Ecco diciamo che questo film mi è sembrata la realtà mentre lo sanno tutti che nei film vincono i buoni e mai il contrario. Invece il male vince, pure la jella e pure l'ingiustizia, tanto che alla fine ti chiedi per quale motivo l'autore ha pensato di scrivere un libro così sfigato.

Alla fine ti viene da piangere di rabbia o tagliarsi le vene, fate voi.

venerdì 23 novembre 2018

Le ricette che hanno umili origini

LE ORIGINI DEL CIBO – RICETTE UMILI

Stò leggendo un libro molto interessante che mi ha fatto notare, ricordare e riflettere sul fatto che molti piatti che attualmente mangiamo a casa e cuciniamo o che andiamo a mangiare al ristorante anche a 15-20 euro a porzione hanno in verità origini molto umili, spesso con parti di scarto, che erano prerogativa dei poveri.

La storia del soffritto, come la maggior parte dei piatti napoletani ha una storia umile

Nasce nei quartieri più poveri della città di Napoli, ed è in effetti un insieme di frattaglie di maiale insaporito dal pomodoro e da una generosa spruzzata di piccante e a cui si aggiungono degli aromi a noi molto famigliari come l’alloro, l’aglio e il rosmarino. La stessa formulazione del soffritto, fa capire che la povertà è nel dna di questo piatto, la cui base sono frattaglie del maiale, che  rappresentano la parte meno nobile dei tagli di questo animale, i suoi scarti per l’appunto.
La cottura delle frattaglie inizialmente si faceva con la ‘nsogna, perché l’olio EVO era davvero un lusso nelle case delle famiglie napoletane e ancora oggi viene mantenuta questa modalità di preparazione. Come ci racconta ad esempio la ricetta popolare scoperta dal famoso drammaturgo Ulisse Prota Giurleo, rinvenuta, a suo dire, sul retro di uno strumento notarile, e probabilmente dettata da una certa Annarella, proprietaria di una taverna a Porta Capuana frequentata, per l’appunto, da legali, dice:
“Prendi un polmone di porco, taglialo a pezzetti e mettilo in una cassarola a soffriggere con inzogna (strutto) abbondante, e se ti piace un senso d’aglio e qualche fronna (foglia) di lauro.
Quando s’è ben soffritto aggiungi un paio di cucchiaiate di conserva di peparoli (peperoni) rossi dolci, per darli un bel colore, e cerasielli (peperoncini piccanti a forma di ciliege) in polvere quanti ne vuoi, per darli il forte, aggiungendovi una competente quantità d’acqua col sale o di brodo, e continua a far cuocere tutto a fuoco lento.
Se dapprincipio non ci hai posto le fronne di lauro e vuoi darli sapore, mettici a questo punto un mazzetto di erbe aromatiche, cioè Rosmarina, salvia, lauro, majorana e peperna.
Quando vuoi servirlo, togli dette erbe e spargilo fumante nei piatti, sopra croste di pane.
Placet Etiam Majestati.”
Lo abbiamo definito “un piatto povero” date le sue origini, ma in realtà nella nostra epoca è un piatto che sta riscoprendo dei nuovi albori, perché non solo le frattaglie non sono più largamente utilizzate in cucina dai napoletani, ma anche perché il suo contributo calorico e davvero importante. Un piatto di soffritto da solo può unire primo e secondo insieme,  è un piatto molto ricco e richiede di essere accompagnato da un vino rosso graffiante, possibilmente tanninico e in grado di sgrassare la bocca al suo passaggio.

Ingredienti

  • 2 kilogram. frattaglie di maiale (cuore, milza, polmone, trachea)
  • ½ bicchiere di vino rosso
  • 1 cucchiaio di olio
  • 1 foglia di alloro
  • rosmarino
  • concentrato di peperoni piccanti
  • 100 grams strutto
  • 30 grams salsa di pomodoro
  • 200 grams concentrato di pomodoro
  • sale
  1. Tagliate a pezzettini le frattaglie, lavatele accuratamente e mettele per un paio di ore in un recipiente colmo d’acqua, cambiando di tanto in tanto l’acqua. Quando il sangue sarà completamente sparito, colate ed asciugate i pezzettini. In una pentola molto ampia mettete lo strutto ed il cucchiaio d’olio ed unite i pezzettini di carne. Quando il liquido sarà assorbito, aggiungete il vino e fate evaporare.
  2. Infine aggiungete il concentrato di pomodoro, i 30 gr di salsa di pomodoro diluita in un po’ d’acqua calda, la foglia di alloro, il rosmarino, il concentrato di peperoni piccanti e qualche bicchiere d’acqua. Lasciate cuocere per qualche ora Ed infine aggiungete il sale. A fine cottura, la carne dovrà essere ben cotta ed il sugo non dovrà essere troppo denso.


CODA ALLA VACCINARA

Ricetta tipica della cucina romana povera, nata nell’antico rione Regola dove abitavano i vaccinari, coloro che che macellavano i bovini e trasformavano gli scarti e le viscere in piatti gustosi e genuini. La coda di bue è stufata con verdure e arricchita con uvetta e pinoli. Esistono diverse varianti della ricetta, ma la più ricca ed elaborata è, secondo la tradizione romana, con pinoli, uvetta ed il tocco originale di cacao amaro.

CARBONARA

Classico della cucina romana, preparato con ingredienti popolari e dal gusto intenso. Le sue origini sono tuttora incerte, ma l’ipotesi più accreditata riconduce la sua comparsa nella campagna laziale e abruzzese. In questo caso sarebbe l’evoluzione del cacio e ova che i carbonari dell’Appennino usavano preparare il giorno prima portandolo nel loro tascapane. Il piatto divenne famoso nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Sembrerebbe che i soldati americani arrivati in Italia, combinando gli ingredienti a loro più familiari e cioè uova, pancetta e spaghetti, abbiano dato l’idea ai cuochi italiani per la vera ricetta che si svilupperà più tardi.

AMATRICIANA

La Matriciana (in romanesco) è un condimento per la pasta che ha preso il nome dalla cittadina laziale Amatrice. In origine era la Gricia, piatto piuttosto antico considerato l’emblema della gastronomia pastorale. Il suo nome è probabilmente dovuto al termine con cui i cittadini di Roma indicavano gli abitanti delle zone appenniniche (Grici). Questa ricetta era ed è ancora conosciuta come l’Amatriciana senza il pomodoro, la cui invenzione risale alla fine del diciottesimo secolo. La popolarità del piatto aumenta notevolmente agli inizi del Novecento, grazie agli stretti contatti tra Roma ed Amatrice. Ci sono diverse varianti di questa ricetta, ma ognuna concorda sull’uso di guanciale, pecorino e pepe nero (o peperoncino).


RIGATONI CON LA PAJATA

Ricetta tipica della cucina povera romana, caratterizzata dall’utilizzo del quinto quarto, ovvero le parti meno pregiate delle carni che i vaccinari trasformavano in prelibatezze. La pagliata (in romanesco ‘pajata‘) è l’intestino di vitello di vitello da latte in cui è presente il chimo, che non viene eliminato, poiché conferisce al piatto un sapore unico e inconfondibile.

SPAGHETTI CACIO E PEPE
E’ un primo piatto della cucina romana le cui origini risalgono ad ancora prima dell’introduzione del pomodoro. Nasce dalla tradizione dei pastori e non richiede altri ingredienti a parte il pepe nero, il Pecorino Romano e la pasta. E’ una ricetta molto semplice, ma proprio per questo bisogna avere molta cura per i dettagli durante la preparazione.


GIANDUIOTTO
l 21 novembre 1806 Napoleone Bonaparte a Berlino decretò il cosiddetto Blocco Continentale, che vietava il commercio tra i Paesi soggetti al governo francese e le navi britanniche. Dal 1798, e fino al 1814, il Piemonte fu sottomesso alla dominazione napoleonica. Tra i prodotti maggiormente esportati dagli inglesi (importati dalle loro colonie), vi era il cacao che, a causa dei provvedimenti presi da Napoleone, subì un considerevole ridimensionamento. Cosa gravissima, se si pensa che, a fine Settecento, a Torino si era creata una vera tradizione di cioccolatai, che producevano 350 chilogrammi di cioccolato al giorno. Così, dall’incontro tra il cacao e il Piemonte, e grazie alle restrizioni napoleoniche, nacque il Gianduiotto. Come andò di preciso?
 
La storia. «Una volta provato del cioccolato non si può più farne a meno». Se questo è un concetto valido ai giorni nostri, era già assodato ad inizio Ottocento, quando, nonostante le quantità minori di cacao importate e i conseguenti esosi prezzi, la domanda di cioccolato era elevatissima. E, in Piemonte, urgeva una soluzione per barcamenarsi in questa complicata situazione. Torino conosceva ormai da quasi 250 anni il cioccolato, esattamente da quando Emanuele Filiberto di Savoia era tornato dalla pace di Chateau Cambresis del 1559 con dei semi di cacao. Fino al 1826 in tutto il mondo il cioccolato veniva servito solo ed esclusivamente come bevanda liquida.
Proprio in quel periodo Paul Caffarel, imprenditore di origine valdese, era proprietario di una fabbrica nel quartiere di San Donato a Torino, dove perfezionò una macchina che gli permise di produrre il primo cioccolatino: cioccolato solido ottenuto con la miscela di cacao, acqua, zucchero e vaniglia. Nel 1852 il figlio di Caffarel, Isidore, fuse la fabbrica con quella di un altro importante industriale del settore dolciario, Michele Prochet. La Caffarel-Prochet, per rispondere alle richieste di cioccolato dei torinesi, decise di sfruttare una collaborazione con la vicina Alba, scommettendo sul prodotto più famoso della zona: la nocciola Tonda Gentile delle Langhe. Prochet ebbe l’intuizione geniale di sostituire nell’impasto i pezzetti di nocciola, facendola tostare e macinare, rendendola così simile a una crema, alla quale venivano poi aggiunti il cacao e lo zucchero.
 
Il nome. È il 1865 quando Prochet affina la sua creatura con una forma che viene chiamata «givò», che in dialetto piemontese significa «mozzicone di sigaro», e ricorda una piccola barca rovesciata. Bisognava pensare a un modo per farla conoscere: a quei tempi il carnevale di Torino era parecchio famoso in tutta Italia, e le maschere tipiche della tradizione erano solite lanciare leccornie e dolciumi alla folla. Caffarel sfruttò così la maschera Gianduja per distribuire i suoi Givò 1865 alla gente. Gianduja (tradotto letteralmente: Giovanni del boccale) è una maschera tipica della tradizione piemontese, che incarna lo stereotipo del galantuomo locale allegro e godereccio che partecipa attivamente alla vita cittadina, senza risparmiare opere di carità. La leggenda vuole che la forma del cioccolatino ricordi l’ala del tricorno indossato come copricapo da Gianduja.
Il Carnevale 1869 fu il punto di svolta per il Caffarel 1865 che piacque talmente tanto da mutare il nome in Gianduiotto, con cui divenne famoso. L’altra grande novità introdotta da Caffarel fu quella di distribuire i cioccolatini prodotti non nelle solite scatole, ma singolarmente e, per la prima volta, avvolti in una carta dorata sulla quale era raffigurata la celebre maschera (licenza possibile solo all’azienda, in quanto depositaria del marchio).
Oggi il cioccolatino piemontese viene prodotto in tutto il mondo dalle principali industrie del cioccolato, come Pernigotti, Novi, Fiorio e Peyrano, e solo la Caffarel ne sforna 40 milioni all’anno, ed è conosciuto come eccellenza italiana nell’ambito culinario; viene da sorridere a pensare che, se non ci fosse stato il Blocco di Napoleone, forse non ce lo saremmo mai gustato.
LA CAPONATA
La caponata è un piatto che si prepara in tutta la Sicilia, ma anche in buona parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Ne esistono varie versioni e, anche se tutte partono dalle melanzane fritte, la ricetta della caponata di melanzane cambia in ogni città della Sicilia. Anche se oggi viene servita generalmente come contorno, in origine era considerato un piatto unico.


Quando nasce la caponata

Come avviene per ogni ricetta antica, della tradizione, non è facile capirne le origini. Per capirne la complessità conviene anche ricordare che è un piatto agrodolce, a base di melanzane, con aggiunta o meno di ingredienti, che si prepara in diversi Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Il sapore intenso, al contempo aspro e dolciastro, ricorda peraltro le influenze arabeggianti, molto presenti sull’isola. Le teorie che riguardano la storia della caponata partono tutte dal significato del suo nome. C’è chi lo fa derivare da capone, la lampuga, un pesce pregiato che veniva un tempo preparato in agrodolce; sembra che le persone umili, che non potevano permettersi il pesce, lo abbiano sostituito con le melanzane dando vita alla caponata come la consociamo oggi. Altre teorie partono invece dal fatto che cauponia, o caupone, era la taverna dei pescatori, dove si mangiavano soprattutto verdure, il cibo più a buon mercato. Indipendentemente dal fatto che sia vera l’una o l’atra teoria, resta la diversità delle ricette, che variano a seconda della città della Sicilia in cui ci si ferma ad assaporare il piatto. Oggi la caponata è stata esportata in varie parti del mondo,dagli emigranti siciliani che l’hanno modificata a seconda dei prodotti che hanno trovato.

Ingredienti

  • 400 g di pomodori- 4 melanzane
  • 400 g di sedano a coste
  • 20 g di capperi
  • 60 g di pinoli
  • 1 cipolla
  • 100 g di olive
  • q.b. olio extravergine d’oliva
  • q.b. sale
  • q.b. pepe
  • q.b. basilico
  Ricetta
  Prepara le melanzane: Lava le melanzane e tagliale a tocchetti senza sbucciarle. Mettile in un colapasta e spolvera abbondantemente di sale. Metti al di sopra un piatto con un peso e lasciale spurgare per circa un’ora.
  1. Prepara gli altri ingredienti: Taglia il sedano a tronchetti. Snocciola le olive. Tuffa i pomodori in acqua in ebollizione e poi passali sotto l’acqua fredda. Pelali, privali dei semi e spezzali.
  2. Cuoci la salsa: Scalda l’olio in una padella e fai dorare la cipolla. Unisci i pomodori e lascia cuocere per 10 minuti. Aggiungi sale e pepe, quindi sedano, olive, pinoli e capperi. Lascia cuocere per altri 10 minuti: la salsa deve risultare densa e ben legata.
  3. Friggi le melanzane: Sciacqua le melanzane, asciugale premendole dentro un panno e passa alla frittura, in due o tre volte, in abbondante olio caldo. Quando saranno ben dorate, scola le melanzane e passale su un foglio di carta da cucina.
  4. Componi il piatto: Unisci le melanzane alla salsa, mescola e lascia stufare per qualche minuto.
La caponata si gusta fredda, a temperatura ambiente, cosparsa di basilico.


LA FRASCATULA
La frascatula è una pietanza di umili origini costituita da farina di cereali e di legumi cotta nell’acqua in cui sono state precedentemente lessate differenti verdure che conferiscono gusto e colore alla crema.  Le origini del piatto sembrano risalire alla dominazione romana in Sicilia e, grazie alla semplicità e immediatezza della preparazione, può essere considerato l’antenato dei moderni “quattro salti in padella”.
Dalla cottura di farina di grano e di altri cereali, legumi e verdure, i nostri antenati ottenevano una minestra piuttosto densa chiamata puls da cui deriva il nome di polenta. Esiste un chiaro un riferimento alla frascatula nella “Guerra del Vespro” raccontata dallo storico Michele Amari. Egli, narrando dell’assedio a Messina da parte delle truppe francesi, afferma che le donne siciliane sostenevano i propri uomini durante la battaglia “dispensando pane e polenta, dissetandoli d’acqua, mescendo vini”.
Questa pietanza in Sicilia è particolarmente diffusa nel territorio ennese dove, a seconda del luogo, cambia anche nome. A Troina, ad esempio, si chiama piciocia ed è a base di farina di ceci e cicerchie, mentre ad Enna si chiama paniccia ed è a base di grano. A Leonforte si prepara con la farina della “fava larga”, legume tipico di quelle parti, oggi anche presidio Slow Food. E ancora a Nicosia è nota con il nome di picciotta e si ottiene da una farina di cereali e legumi misti. Ad Agrigento la frascatula viene preparata come un minestrone, dove al finocchietto selvatico si aggiungono cipolla, carciofo e pomodoro. Esiste anche una versione modicana che si differenzia dalle altre perchè è preparata con semola di grano duro e che viene cotta in acqua e condita con olio, pepe e pecorino grattugiato. Nel Trapanese, infine, esiste come variante del couscous. Si chiama frascatuli e si ottiene incocciando la semola come per fare il cous cous, ma i granelli devono essere più grandi. Viene poi cotta e condita con il cavolfiore.
Questo piatto è adatto ai vegetariani e ai vegani perchè viene per tradizione condito con erbe spontanee come cicoria, borragine, bietole, asparagi, finocchietto, cavolicelli ma anche con verdure coltivate, come broccoletti, cavolfiori e cime di rapa.  Nel tempo il miglioramento dello stile di vita ha arricchito il piatto con ingredienti di origine animale come salsiccia, lardo o pancetta. Qui di seguito vi proponiamo la ricetta originaria che prevede solo farina di ceci, grano e altri legumi mista a verdure che potrete variare in base alla stagione.

Frascatula
Ingredienti per 4 persone
Un mazzo di broccoletti
un mazzo di bietole
un mazzetto di finocchietto
400 gr di farina di semola di grano duro
olio extravergine d’oliva
q.b. peperoncino macinato q.b. sale q.b.
Mondate le verdure e fate cuocere le foglie e le parti più tenere in acqua bollente salata. Nella stessa pentola versate la farina di semola poco per volta e mescolate subito in modo da evitare che si formino grumi. Lasciate cuocere continuando a mescolare fino ad ottenere la densità desiderata. Appena pronta conditela con un filo d’olio e un pizzico di peperoncino macinato; servitela ben calda accompagnata da pane abbrustolito. Se ve ne dovesse avanzare, potete tagliarla a fette e friggerla in modo che diventi croccante all’esterno e morbida e gustosa all’interno.

Pancotto con i fagioli

Ricetta

Il pancotto con i fagioli è una ricetta di umili origini, preparata con pane raffermo e fagioli borlotti.
La preparazione è molto semplice e comporta l'utilizzo di pochi ingredienti; è adatta quindi per reciclare il pane avanzato ottenendo una zuppa ricca e saporitissima.
Il pancotto con i fagioli, buonissimo sia caldo sia a temperatura ambiente, è una ricetta adatta per tutte le stagioni.
PANZANELLA
Esistono varie versione sull’origine di questo piatto: alcuni ritengono che l’origine della Panzanella vada rintracciata nell’abitudine dei contadini a bagnare il pane secco, per poi condirlo con le verdure disponibili nell’orto. Altri, invece, pensano che la Panzanella sia nata a bordo delle barche da pesca. Pare, infatti, che i marinai utilizzassero l’acqua di mare per bagnare il pane raffermo e che poi lo consumassero inseme a verdure e ortaggi.
 L’origine del nome
Anche sull’origine del nome di questo piatto non si hanno fonti certe e, se da un lato pare che il nome derivi dai termini pane e zanella, ovvero zuppiera, dall’altro lato è forse il termine “panzana” (che originariamente significava “pappa”), ad aver dato vita al nome del piatto.
 Le versioni del piatto
  Le ricette della Panzanella sono moltissime e variano a seconda della regione d’origine e, in alcuni casi, anche da città a città.
La base classica della ricetta prevedere l’uso di: pane raffermo, cipolla, basilico, cetriolo, pomodoro, olio d’oliva, aceto e sale e, in certi casi, anche tonno e uovo. Tuttavia, ciò che cambia più spesso in base alla regione di provenienza e il modo in cui viene utilizzato il pane raffermo.
Infatti, se in Toscana e nel Lazio il pane viene prima lasciato in ammollo e poi strizzato e spezzettato, in Umbria e nelle Marche si preferisce unire le fette di pane intere ai restanti ingredienti, senza sbriciolarle.
Insomma, resta il fatto che, comunque vogliate prepararla, la Panzanella resta un piatto unico davvero squisito e semplice da realizzare. E non è un caso che, nonostante le sue umili origini, nel corso dei secoli abbia incantato poeti, pittori e personaggi di spicco della società.
Un esempio di ciò è dato da una poesia del Bronzino, pittore del manierismo fiorentino alla corte de’ Medici nel XVI secolo, il quale esprime il suo amore per la Panzanella in questo modo:

Ma chi vuol trapassar sopra le stelle,
Di melodia, v’aggiunga olio e aceto
E’ntinga il pane e mangi a tira pelle.” …
…  “Un insalata di cipolla trita
Colla porcellanetta e citriuoli
Vince ogni altro piacer di questa vita.
Questo trapassa l’amor de’ fagiuoli,
E d’amici, e di donne, che con essi
T’ammazzeresti per due boccon soli.
Considerate un po’ s’aggiungessi
Basilico e ruchetta, oh per averne
Non è contratto che non si facessi”…
[“In lode delle cipolle: capitolo di Agnolo Allori, Detto il Bronzino” ]
Si tratta di un piatto che risalirebbe all’abitudine contadina di bagnare il pane secco e di mischiarlo con le verdure dell’orto. Altri collocano invece la nascita della panzanella a bordo dei pescherecci dove i marinai portavano del pane indurito, qualche pomodoro e bagnavano il tutto con acqua di mare.
Considerata da molti un piatto unico, la panzanella veniva consumata nei campi da quei lavoratori che non riuscivano a rientrare a casa per la pausa pranzo
La preparazione di questa ricetta che appartiene alla cucina del recupero varia da regione a regione, da luogo a luogo e addirittura di famiglia in famiglia.




La cucina di Castel Goffredo è tipica dell'arte culinaria mantovana, profondamente legata ad antiche tradizioni contadine e al forte legame con le zone vicine, soprattutto l'Emilia-Romagna. I piatti caratteristici sono i primi piatti di pasta ripiena, tortelli e agnoli in testa.
  • Primi piatti
    • Tortello amaro di Castel Goffredo – è il piatto tipico locale, risalente ai tempi dei Gonzaga. Questa specialità di pasta ripiena viene cucinata utilizzando l'erba amara (o erba di San Pietro) tipica della zona, infine viene condita con abbondante burro fuso.In onore di questo piatto tipico ogni anno, nella terza settimana di giugno, si tiene la tradizionale festa.
    • Agnolini - piatto tradizionale del giorno di Natale, consumati in brodo di carne.
    • Beèr en vì – nome dialettale del Bere in vino, è una minestra in brodo di carne alla quale viene aggiunto il vino rosso.
    • Tortelli di zucca – piatto tradizionale per la sera della vigilia di Natale, fatto con la sfoglia d'uovo e farcita da un impasto di zucca bollita, amaretti, mostarda, formaggio grana e noce moscata. Sono conditi con burro fuso e una spolverata di grana grattugiato.
    • Gnocchi di patate – vengono preparati con patate lesse, farina, pane secco e conditi con ragù di carne o pomodoro. Piatto tipico del Carnevale di Castel Goffredo, cucinato in onore di Re Gnocco, viene distribuito gratuitamente in piazza l'ultimo venerdì di carnevale.
    • Panàda - piatto unico di umili origini ma molto sostanzioso preparato con pane raffermo, olio di oliva, formaggio grana, brodo.
    • Tridarì – nome dialettale di Pasta trita, è un composto di pasta all'uovo e farina bianca che, fatto seccare, viene tritato e servito in minestra di brodo di carne.


E' innegabile che le ricette che cuciniamo non soddisfano solo il senso della fame ma sono un chiaro tentativo di ritagliare un pezzettino di felicità nella nostra giornata. Quindi le cose sono due. Se attraverso il cibo si arriva ad una qualche felicità dovremmo fare in modo che sia accessibile a tutti e in tal senso possiamo pensare al cibo dei poveri come al cibo di alta classe ma non ha mai senso se non è condiviso se è vissuto in solitudine perchè il cibo è anche un grande mezzo di comunicazione ed è bello riunirsi intorno al tavolo non solo a mangiare ma anche prima a cucinare tutti insieme. Ecco questo credo si sia un po' perso e credo che sia da riaquistare per il sapore di famiglia, di amicizia, di amore e di felicità.