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mercoledì 6 novembre 2019

I Comunisti mangiano i bambini

Senza ombra di dubbio credo che sia il libro più bello che abbia letto ultimamente e non solo dal punto di vista storico, ma anche politico e sociologico.

Quanti di noi si sono chiesti da cosa e come provenisse la diceria che i comunisti mangiano i bambini??
Io si, e questo libro non solo risponde ma innesca un fatto storico talmente importante da dover essere obbligatorio leggerlo come dato di guerra e dopoguerra.

Sembra che il fatto fosse storicamente vero, e nasceva molto  probabilmente dal fatto che in Russia, nel secolo scorso, vi furono gravi carestie durante le quali si registrarono anche episodi di cannibalismo.

Tra il 1921 e il 1923 in Ucraina alcuni bambini vennero rapiti e uccisi spacciandone poi la carne per animale.


E nel 1941, durante l’assedio di Leningrado (che uccise circa un milione di persone), il cannibalismo divenne per alcuni una strategia di sopravvivenza. Ancora più celebre è la storia dell’“Isola dei cannibali” narrata anche dall’omonimo libro di Nicolas Werth: nel 1933, 13.000 “elementi pericolosi” vennero deportati nel cuore della Siberia; quasi tutti morirono, anche uccidendosi tra loro, e gli episodi di cannibalismo erano all’ordine del giorno.

Facciamo una piccola pausa e colleghiamoci alla Pincola Ester, con le donne che corrono con i lupi. Ricordate gli orchi e il fatto che mangiassero i bambini?!! Ebbene tutto questo è stato sostituito nell'immagginario collettico con i comunisti che per il fascimo e il clero diventano gli orchi che mangiano i bambini. Tutto questo costruito con fatti di cronaca completamente inventati per innestare rancore e odio verso i russi e quindi i comunisti. Dai bambini siciliani rapiti a forza sulle navi e portati in Russia per essere uccisi a tutto un meccanismo giornalistico assoggettato ad una dittatura in cui la comunicazione non era solo pilotata ma inventata per il proprio tornaconto.

Solo questo dovrebbe spaventare davvero e questo libro apre il vaso di pandora.
Quello che si sospettava e che dovrebbe essere letto da tutti per capire veramente la nostra storia e tutto quello che è successo nel dopoguerra dalla democrazia cristiana e la Chiesa per incolpare i comunisti rossi di tutte le malefatte.
La figura della madre e della donna diviene figura centrale nella campagna stampa di diffamazione. Il soldato russo orcoe non i tedeschi. Stalin raffigurato con le fattezze di un orco con il naso grande che mangia i bambini.  Dopo la grande guerra e i fatti delle stragi che i tedeschi operarono nella ritirata, dovettero frenare nella campagna contro i russi, amici degli alleati e liberatori della Patria.

Questo libro si collega con il documentario "Pasta nera" che ho postato tempo fa, in cui si racconta il fatto dei bambini che nel dopoguerra andarono dal sud al nord per non morire di fame.
Tra il 1947 e 1952, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Italia è devastata e tra le più dolorose condizioni c'è quella dei minori, specie nel Mezzogiorno. Migliaia di famiglie di lavoratori del centro nord, ispirate da una nuova consapevolezza e dalla speranza nella ricostruzione del Paese, aprono le loro case ai bambini provenienti dalle zone più colpite e di più antica miseria del Meridione. L'iniziativa diventa ben presto un movimento nazionale che propone una concezione della solidarietà e dell'assistenza attenta alle soluzioni concrete ai problemi più urgenti, sostituendosi spesso all'assenza delle istituzioni. Ma una iniziativa di donne della sinistra e quindi l'orco da osteggiare.
Accolti dalle famiglie di emilia romangna, veneto e rimmessi a nuovo, sono stati salvati da morte certa. Purtroppo i preti dei paesi dicevano alle mamme di non mandare i figli al nord perchè li avrebbero mangiati. Mentivano sapendo di togliere un'occasione di riscatto e davvero di vita, pur di dare contro alla sinistra e ai comunisti.
Bambini terrorizzati che partivano e sui treni della felicità, così vennero chiamati, piangevano pensando di essere mangiati, una volta a destinazione... orribile.

Mi vengono i brividi a leggere tutto questo e davvero, davvero vi consiglio di leggere questo libro.

https://www.youtube.com/watch?v=v5zph62IdCY&list=PLiWYSmnD44Wy0LAxFIxEnR9lksYShfL-2&index=1

PASTA NERA - I treni della felicità


martedì 15 ottobre 2019

Dopo linciaggi, insulti e violenze, ecco come gli italiani sono diventati «bianchi» per gli Stati Uniti

Ecco leggendo queste parole e questo articolo non posso non fare un paragone con il nostro presente.

Partendo dal linciaggio di New Orleans, Brent Staples racconta sul New York Times come i nostri concittadini passarono da essere considerati «inferiori» e «criminali» ad essere legalmente «bianchi», con tutti i diritti che ne derivavano




Nel 1790, durante la presidenza di George Washington, si svolse il primo censimento degli Usa, all’interno del quale si era divisi in tre categorie: «Free White Females and Males», «All Other Free Persons» e «Slaves» (schiavi), all’epoca soprattutto africani. L’idea del Congresso era quella di dare vita a un’America bianca, protestante e culturalmente omogenea (come ricorda l’acronimo «Wasp» usato per «White Anglo-Saxon Protestants»), immaginando che solamente «i bianchi liberi, emigrati negli Stati Uniti» potessero diventare cittadini naturalizzati. L’ondata di immigrati che stava arrivando da tutta Europa aveva generato il panico.
Bisognava porre un argine. Gli italiani meridionali — in particolare i siciliani, di pelle più scura — erano ritenuti un popolo “incivile” e di razza inferiore, troppo africani per far parte dell’Europa» (L’editorialista del Corriere ricorda come agli italiani emigrati negli States venisse, ad esempio, rinfacciato di aver esportato la mafia, ndr). Gli venne quindi impedito ad esempio di entrare in alcune scuole o sale cinematografiche; di essere parte di un’organizzazione sindacale; o ancora, vennero relegati in banchi separati delle chiese, vicino ai neri.
Arrivati come «bianchi liberi» negli Stati Uniti per cercare riscatto, presto vennero paragonati ai «neri» (anche perché accettavano lavori «in nero» nei campi di zucchero della Louisiana, come manodopera a basso costo sulle banchine di New Orleans o perché sceglievano di vivere tra gli afroamericani).
Il linciaggio di New Orleans del 14 marzo 1891 quando una folla di cittadini assalì la prigione locale e uccise 11 immigrati italiani, in particolare siciliani, diede vita a uno dei periodi di massima tensione tra gli Usa e Italia e a una crisi diplomatica che portò al richiamo in Italia dell’ambasciatore Francesco Saverio Fava da parte dell’allora presidente del Consiglio Antonio Starabba. La stampa italiana chiese con forza di fare giustizia sull’accaduto e di garantire alle famiglie delle vittime un adeguato risarcimento: i colpevoli non vennero mai puniti, ma l’allora presidente Benjamin Harrison decise di risarcire le famiglie con un’indennità. Grazie a quella storia, gli italiani sarebbero diventati «bianchi» di diritto, e meritevoli di rispetto.
La carneficina a New Orleans fu messa in moto nell’autunno del 1890 quando il capo della polizia David Hennessy fu assassinato mentre stava tornando a casa. Il suo assassinio, portò a un processo clamoroso a seguito del quale alcuni cittadini si radunarono fuori dalla prigione, riuscendo ad entrarvi, e linciando brutalmente 11 dei 19 uomini che erano stati incriminati. Tale episodio di violenza sarebbe passato alla storia come «linciaggio di New Orleans». «Il Times, giustifico’ la brutalità di quanto successo, descrivendo le vittime come «siciliani furtivi e codardi, discendenti di banditi e assassini, che hanno trasportato in questo Paese le passioni senza controllo, pratiche spietate ... Sono per noi un parassita, serpenti a sonagli... I nostri assassini sono uomini di sentimento e nobiltà rispetto a loro».
Solo qualche mese dopo, il 13 marzo 1891, un secondo processo stabilì l’innocenza di quasi tutti gli imputati e la sentenza venne accolta con rabbia dalla popolazione Usa. Per mettere un punto alla vicenda, Harrison fece appello al Congresso perché operasse per proteggere i cittadini stranieri — non i neri americani — dalla violenza della folla. Un tentativo di placare l’indignazione: da quel momento, di fatto, gli italiani avrebbero goduto di pari dignità.
Il Congresso nel 1920 limitò l’immigrazione italiana per motivi razziali, anche se gli italiani erano legalmente bianchi, con tutti i diritti che ne derivavano».
L’excursus di Staples prosegue ricordando come gli immigrati italiani furono vittime anche di altre accuse, ad esempio quando arrivarono in Louisiana dopo la Guerra Civile, per soddisfare il bisogno di manodopera a basso costo. I nuovi arrivati sceglievano di vivere insieme nei quartieri italiani, dove parlavano la lingua madre (o il dialetto), preservavano le tradizioni, fraternizzavano e in alcuni casi anche si sposavano con gli afro-americani. Una vicinanza che avrebbe portato alcuni tra i nostri connazionali a considerare i siciliani come «non completamente bianchi e ad ammettere nei loro confronti la persecuzione — linciaggio incluso —, normalmente imposta agli afro-americani».
Gli italiani, infine, conclude l’articolo sul Nyt, erano accusati di essere «criminali e assassini per natura». Queste caratterizzazioni raggiunsero un crescendo diffamatorio in un editoriale del 1882 che apparve sotto il titolo «I nostri futuri cittadini»: «Non c’è mai stata da quando New York è stata fondata una classe così bassa e ignorante tra gli immigrati che si sono riversati qui come gli italiani del sud che hanno affollato le nostre banchine durante l’anno scorso». E ancora, «i bambini immigrati italiani sono assolutamente inadatti e sporchi da collocare nelle scuole elementari pubbliche, a fianco di quelli americani».
Il mito razzista secondo cui afro-americani e siciliani erano entrambi criminali innati si ritrova, poi, anche in una storia del Times del 1887 riferita alla storia del linciaggio di quello che all’epoca venne soprannominato «Dago Joe» («dago» è un insulto diretto agli immigrati italiani, spagnoli e portoghesi, usato ancora oggi, come si legge sulla Treccani, ndr): «Una mezza razza, figlio di un padre siciliano e di una madre mulatta, che aveva le peggiori caratteristiche di entrambe le razze... Astuto, infido e crudele, era considerato nella comunità in cui viveva un assassino per natura».

martedì 1 ottobre 2019

Marzabotto e Domenikon... una sporca guerra

Ho visto questo documentario su sky e mi ritengo fortunata di apprendere qualcosa che si ignora, che non è sui libri di storia e che soprattutto cambia la visione della guerra.


Grecia 1943: quei fascisti stile SS

Domenikon come Marzabotto. Oltre 150 uomini fucilati per rappresaglia. Ora un documentario alza il velo sulle stragi del nostro esercito. Occultate







I partigiani avevano fatto fuoco dalla collinetta, quando il convoglio aveva rallentato in curva, a un chilometro dal villaggio di Domenikon.

Erano morti nove soldati italiani. Dunque i greci andavano puniti: non i partigiani, i civili. Domenikon andava distrutta. Per dare a tutti "una salutare lezione", come scrisse poi il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. "Qui al villaggio, prima, i soldati italiani venivano per un'ora o due, flirtavano con le donne, poi se ne andavano. A Elassona avevano fidanzate ufficiali. Erano dei dongiovanni", racconta un contadino davanti alla cinepresa. Prima, sì. Non il 16 febbraio 1943. Quel giorno gli italiani brava gente si trasformarono in bestie.

L'eccidio di Domenikon, la piccola Marzabotto di Tessaglia, è un crimine italiano dimenticato. In stile nazista, solo un po' meno scientifico. Fu il primo massacro di civili in Grecia durante l'occupazione, e stabilì un modello. Il primo pomeriggio gli uomini della Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e fecero un primo raduno sulla piazza centrale. Poi dal cielo arrivarono i caccia col fascio littorio. Scesero bassi, rombando, scaricando le loro bombe incendiarie. Case, fienili, stalle bruciarono tra le urla delle donne, i muggiti lugubri delle vacche. Gli italiani gliel'avevano detto, raccontano i vecchi paesani: "Vi bruceremo tutti". Il maestro, che capiva la nostra lingua, avvertì: "Mamma. Ci ammazzano tutti".

Molti non avevano mai visto un aereo. Al tramonto, raccontano i figli degli uccisi, le famiglie di Domenikon furono portate sulla curva dei partigiani. Dopo esser stati separati dalle donne, tra pianti e calci, tutti i maschi sopra i 14 anni, fu ordinato, sarebbero stati trasferiti a Larisa per interrogatori. Menzogna. All'una di notte del 17 gli italiani li fucilarono nel giro di un'ora, e i contadini dovettero ammassarli in fosse comuni. "Anche mio padre e i suoi tre fratelli", ricorda un vecchio rintracciato da Stathis Psomiadis, insegnante e figlio di una vittima che si è dedicato alla ricostruzione dell'eccidio, indicando la collina di lentischi e mirti. La notte e l'indomani i soldati della Pinerolo assassinarono per strada e per i campi pastori e paesani che si erano nascosti: fecero 150 morti.

È tutto ricostruito nel documentario 'La guerra sporca di Mussolini', diretto da Giovanni Donfrancesco e prodotto dalla GA&A Productions di Roma e dalla televisione greca Ert, che andrà in onda il 14 marzo su History Channel (canale 405 di Sky). La Rai si è disinteressata al progetto. Il film, che riapre una pagina odiosa dell'Italia fascista, si basa su ricerche recenti della storica Lidia Santarelli. La docente al Centre for European and Mediterranean Studies della New York University, parlando con 'L'espresso' di Domenikon e dei massacri italiani in Tessaglia, Epiro, Macedonia, li definisce "un buco nero nella storiografia". Che cosa sa il grande pubblico della campagna di Grecia di Mussolini? Ricorda il presidente Ciampi, le commosse rievocazioni della tragedia di Cefalonia, il generale Gandin e la divisione Acqui, le emozioni cinematografiche di 'Mediterraneo' e del 'Capitano Corelli', con gli italiani abbronzati, generosi, portati a fraternizzare. Una proposta di legge (Galante e altri) presentata alla Camera il 24 novembre 2006 per istituire una Giornata della memoria delle vittime del fascismo accenna all'eccidio di Domenikon; ma è un'eccezione.

Italiani brava gente? Per nulla."Domenikon", dichiara la Santarelli nel film, "fu il primo di una serie di episodi repressivi nella primavera-estate 1943. Il generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, emanò una circolare sulla lotta ai ribelli il cui principio cardine era la responsabilità collettiva. Per annientare il movimento partigiano andavano annientate le comunità locali". L'ordine si tradusse in rastrellamenti, fucilazioni, incendi, requisizione e distruzione di riserve alimentari. A Domenikon seguirono eccidi in Tessaglia e nella Grecia interna: 30 giorni dopo 60 civili fucilati a Tsaritsani. Poi a Domokos, Farsala, Oxinià.

Le autorità greche segnalarono stupri di massa. Azioni di cui praticamente non esistono immagini, memorie sepolte negli archivi militari. Il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili. Nel film il diario del soldato Guido Zuliani racconta di rastrellamenti e torture. Il capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, scrisse una lettera di denuncia ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale: "Vi vantate di essere il Paese più civile d'Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari". Fu internato, torturato, deportato in Italia. La figlia: "Un incubo".

Gli italiani imitarono i tedeschi, ma senza la loro tecnica. Nel campo di concentramento di Larisa, a nord di Volos dove nacque Giorgio de Chirico, furono fucilati per rappresaglia oltre mille prigionieri greci. Molti morirono, ricorda 'La guerra sporca di Mussolini', di fame, denutrizione, epidemie. Le brande con i materassi di foglie di granturco erano infestate dalle pulci. L'occupazione (sino al settembre '43 gli italiani amministrarono due terzi della Grecia, un terzo i tedeschi) si caratterizzò per le prevaricazioni continue ai danni di innocenti. La Tessaglia era il granaio greco. L'esercito italiano eseguiva confische, saccheggi, sequestri. Introdotta la valuta di occupazione, il mercato nero andò alle stelle. La razione di pane si ridusse a 30 grammi al giorno. Il film mostra abitanti di Atene morti di fame gettati come stracci agli angoli delle strade. "Nel solo inverno 1941", ricorda la professoressa Santarelli a 'L'espresso', "la carestia indotta dall'amministrazione italiana fece tra i 40 e i 50 mila morti. Nell'intero periodo morirono di fame e malattie tra i 200 e i 300 mila greci. Un altro capitolo poco studiato è la prostituzione: migliaia di donne prese per fame e reclutate in bordelli per soddisfare soldati e ufficiali italiani". Nel 1946 il ministero greco della Previdenza sociale, nel censire i danni di guerra, calcolò che 400 villaggi avevano subito distruzioni parziali o totali: 200 di questi causati da unità italiane e tedesche, 200 dai soli italiani.


La Grecia rimossa ci costringe a riflettere. Come dice nel film lo storico Lutz Klinkhammer, il massimo studioso di atrocità tedesche in Italia: "La leggenda del bravo italiano non è completamente inventata. Ciò che è inventato è che tale immagine fosse l'aspetto dominante nell'occupazione di quei territori". I generali Geloso e Benelli altro non fecero che applicare le linee guida del generale Roatta in Jugoslavia, che teorizzò la strategia "testa per dente". Klinkhammer dichiara che le fucilazioni italiane in Slovenia, nella provincia di Lubiana, ebbero le stesse dimensioni delle fucilazioni tedesche in Alta Italia dopo l'8 settembre. Oltre 100 mila slavi transitarono per i campi di concentramento italiani in Jugoslavia. Nell'isola di Rab, di cui il film mostra cadaveri scheletrici, morì il 20 per cento dei prigionieri. Klinkhammer usa per l'esercito di Mussolini, ricordando i crimini in Etiopia e Cirenaica con l'impiego di gas contro i civili, il termine "programma di eliminazione". E se dopo il 1945 Badoglio e Graziani furono i primi due criminali di guerra elencati dalle autorità etiopi, per la Grecia e i Balcani furono sollevate analoghe richieste per i generali Roatta, Ambrosio, Robotti e Gambara.

A Londra la Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra ricevette una lista con più di 1.500 segnalazioni di criminali di guerra italiani. Perché tutto andò insabbiato? Ecco un'altra rimozione nazionale. Nel 1946 era cambiato tutto: l'Europa spaccata in due tra Alleati e blocco sovietico. L'Italia di De Gasperi rientrava nella strategia di compattamento occidentale contro Stalin. Il nostro governo rifiutò la consegna dei responsabili di atrocità alla Grecia. Mentre De Gasperi istituiva una commissione d'inchiesta, chiedeva a Washington di temporeggiare. Stessa richiesta da Lord Halifax per il governo britannico, pur vicino alla Grecia, dove infuriava la guerra civile tra monarchici e comunisti. In breve: l'Italia rinunciò a chiedere estradizione e processo per i criminali nazisti (ricordate 'l'armadio della vergogna'), la Grecia fece lo stesso con l'Italia. La Guerra fredda fu la pietra tombale sulle richieste di giustizia (vedere intervista a Filippo Focardi qui sopra).

Domenikon oggi è un paesino circondato dalla macchia, da ginepri, cardi e rosmarini. I tramonti lo tingono di rosa come nel 1943. I patrioti come Stathis Psomiadis hanno cercato di sollevare il velo dell'oblio, e questo documentario è un tributo agli innocenti. La realtà però è amara. Domenikon, riconosciuta città martire nel 1998, non è diventata memoria collettiva, come da noi Marzabotto. Molti greci non conoscono queste vicende. Perché già nel 1948, con la rinuncia del governo a chiedere l'estradizione dei criminali italiani, la questione si chiuse. I processi non furono mai istruiti. Anni dopo anche il Tribunale di Larisa archiviò il caso. E di Domenikon resta la memoria di pochi, gente semplice, poco mediatica, come si dice oggi. E un tramonto rosa malinconico. Sopra il villaggio, sopra la giustizia e la storia.

venerdì 30 agosto 2019

Chi ha deciso a.d. avanti e prima di Cristo?

Il tutto è nato da una conversazione in famiglia. Mio padre giorni addietro ha detto ad un certo punto, ma chi ha deciso che la datazione è prima e dopo Cristo?
Effettivamente ammetto di non averlo mai saputo, anche se qualche volta me lo sono chiesto.

Così ho deciso di chiedere, come sempre a Santo Google ed ecco che appare la risposta - ho fatto un  semplice copia e incolla da Wikipedia.
Buona lettura


Origine anno prima e dopo Cristo

Dionigi il Piccolo (in latino: Dionysius Exiguus; V secoloVI secolo) è stato un monaco cristiano scita, che visse a Roma tra la fine del V e l'inizio del VI secolo[1]. Volle essere chiamato "il Piccolo" in segno di umiltà verso San Dionigi l'Areopagita e San Dionigi di Alessandria[2].
Un monaco in uno scriptorium.
È famoso per avere calcolato la data di nascita di Gesù, collocandola nell'anno 753 dalla fondazione di Roma, e per avere introdotto l'uso di contare gli anni a partire da tale data (anno Domini). Il sistema cronologico da lui elaborato risulta essere, congiuntamente al calendario gregoriano (dall'anno 1582) di gran lunga quello di più ampio utilizzo sulla Terra. Dionigi è stato anche il fondatore della cronologia storica generale.


Intorno al 525, Dionigi il Piccolo ricevette dal cancelliere di Papa Giovanni I l'incarico di elaborare un metodo matematico per prevedere la data della Pasqua in base alla regola adottata dal Concilio di Nicea. Dionigi scoprì che nel calendario giuliano, che vigeva all'epoca, le date della Pasqua si ripetono ciclicamente ogni 532 anni, e compilò una tabella che conteneva l'elenco delle date lungo tutta la durata di tale ciclo.
La tabella di Dionigi venne adottata ufficialmente e fu usata dalla Chiesa cattolica fino alla riforma gregoriana del calendario nel 1582, mentre quella ortodossa, che non ha aderito alla riforma, la usa tuttora.

Il calcolo della data di nascita di Gesù


Lo stesso argomento in dettaglio: Data di nascita di Gesù .
Nel compilare la sua tabella delle date di Pasqua, Dionigi scelse di numerare gli anni secondo un criterio del tutto nuovo: all'epoca si usava contare gli anni a partire dalla fondazione di Roma oppure dall'inizio del regno di Diocleziano, o ancora dal principio dei tempi, calcolato secondo le età convenzionali dei patriarchi biblici; Dionigi invece li contò ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi, cioè "dall'Incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo"[6]. La data di nascita di Gesù era stata da lui stesso determinata con un calcolo basato sui Vangeli e sui documenti storici che aveva a disposizione.
Propriamente, secondo la dottrina cristiana, il momento dell'Incarnazione di Gesù è quello del suo concepimento e non della sua nascita; ma poiché Gesù, secondo la tradizione, nacque il 25 dicembre, concepimento e nascita avvennero nello stesso anno (il concepimento si celebra nella festa dell'Annunciazione il 25 marzo, esattamente nove mesi prima del Natale).

L'anno zero e la morte di Erode

Una peculiarità di questa numerazione è che non esiste l'anno zero: Dionigi infatti non conosceva lo zero (la parola latina nulla nella terza colonna della sua tabella di Pasqua non significa "zero"); nell'Europa medioevale, lo zero venne introdotto non prima del secondo millennio dell'era cristiana. Egli stabilì quindi che l'anno immediatamente precedente all'1 (cioè l'anno nel quale era nato Gesù secondo il suo calcolo) fosse l'1 a.C.
Attualmente, però, la maggior parte degli storici ritiene che Dionigi abbia sbagliato il suo calcolo di alcuni anni. La data comunemente accettata per la morte di Erode il Grande, sotto il cui regno nacque Gesù, è infatti il 4 a.C.: Gesù quindi non può essere nato dopo quella data. Non è avvalorata dagli storici l'ipotesi che Erode fosse morto nel 3 d.C., mentre nel 4 a.C. avrebbe soltanto associato a sé i propri figli nel regno: in questo caso il calcolo di Dionigi risulterebbe esatto.

Fortuna della cronologia di Dionigi

La numerazione di Dionigi si diffuse in tutto il mondo cristiano, inizialmente in Italia, nelle tavole di cicli pasquali e nelle cronache. Intorno al VII secolo passò ai documenti pubblici e privati[1], sostenuta da chierici come Beda il Venerabile. Già nell'VIII secolo lo si trova negli atti dei sovrani franchi e inglesi, mentre nel X secolo è conosciuto in tutta l'Europa occidentale, imponendosi a misura della diffusione della cultura. L'uso di contare in base all'anno Domini anche gli anni prima di Cristo fu adottato solo nel corso del XVIII secolo[1].