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giovedì 5 marzo 2020

I TRENI DELLA FELICITA'


Ho appena terminato questo libro che mi ha letteralmente scaraventato nel passato. Letto con avidità, per leggere cose che ignoravo o sapevo sommariamente e anche per il piacere di credere che non tutto è perduto, se siamo riusciti a fare questo.
Un pezzo di storia italiana che quasi nessuno sembra ricordare più, storia di un’accoglienza e di quanto la cultura e la generosità di un popolo sia o sembra cambiato, da una globalizzazione, che ci ha indurito i cuori.
Resta da chiedersi perché questa storia positiva sia ancora così poco nota e perché gli stessi protagonisti, mostrino una certa difficoltà a parlarne. Umiltà o vergogna? Perchè essere poveri è ancora una vergogna da nascondere, essere ladri invece no.
L’altruismo e la solidarietà oggi sono quasi considerate pecche dell’animo, una specie di pericolosa malattia chiamata “sensibilità”, o “empatia”, una stortura capace di portare il Paese intero alla rovina, vittima di approfittatori e speculatori.
Diventa allora sempre più necessario ricordare di quando queste erano le fondamenta del vivere civile ed erano sentite come un dovere.
Il passato ha ancora qualcosa da insegnarci, se non ce l’ha il presente.


Nell’immediato dopoguerra, un vecchio progetto di solidarietà nato alla fine del 1946 dall’idea del “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli” per ospitare, nutrire e curare i bambini napoletani presso le famiglie contadine emiliane, meno provate dalla guerra, creo’i famosi “treni della felicità”.
L’iniziativa traeva spunto da altre simili: bambini diretti in Emilia-Romagna erano partiti da Roma e provincia fino a Velletri, Cassino e Latina. Nel corso della sua durata, il progetto del Comitato salvò concretamente dalla fame, analfabetismo e malattie oltre 70 mila bambini, con il coinvolgimento anche di altre regioni, come la Toscana, le Marche, l’Umbria e la Liguria.
Confrontandoci con la realtà italiana attuale, questa sembra una favola, “una bella favola iniziata nel lontano 1947”. Racconta di una straordinaria esperienza politica e sociale, voluta, promossa e organizzata dal Partito comunista nei primi anni del secondo dopoguerra, quando Napoli si trovava in una condizione difficilissima. I bombardamenti subìti, le razzie naziste nella parte finale dell’occupazione dopo le Quattro Giornate e la povertà, avevano messo in ginocchio la più grande città del Sud. “Nell’immenso tessuto urbano che rimarrà per mesi privo di energia elettrica e di trasporti pubblici, gli abitanti sloggiati dai bombardamenti si ammucchiano nei ricoveri antiaerei, nelle stazioni della metropolitana e delle funicolari, tra le macerie, nelle grotte, nei cunicoli […]. La scarsezza di acqua costringe donne, vecchi e bambini a lunghissime file dinanzi alle poche fontane pubbliche ancora in funzione. Se il servizio di nettezza urbana è inesistente, tragica è la situazione sanitaria : gli ospedali semidistrutti mancano di farmaci […]. Miseria e vergogna non nascono da una vocazione patologica della gente napoletana, ma semplicemente dallo sfacelo”.



Il Comitato nacque in questo contesto da un nutrito gruppo di intellettuali capeggiati da Gaetano Macchiaroli, insieme ai partiti di sinistra e ad altre forze democratiche e sindacali come l’Udi, Unione Donne Italiane. L’idea era quella di far uscire dalla durezza della condizione post bellica quanti più bambini napoletani fosse possibile, dando loro l’occasione di conoscere, per la prima volta, un’esperienza di vita più adatta alla loro età, accogliendoli in città e regioni del centro-nord del Paese nelle quali avrebbero trovato migliori possibilità di nutrirsi e di crescere. Non che a quell’epoca altrove si navigasse nell’oro, ma almeno si riusciva in qualche modo a mettere insieme il pranzo con la cena.
I bambini furono individuati, “ripuliti”, accompagnati da schede di riconoscimento, forniti di cappotti e indumenti e preparati per lasciare Napoli. Con quali pensieri? I bambini di un tempo ricordano e raccontano la paura della partenza – a nessuno di loro era chiaro dove stessero andando e perché – ma anche la meraviglia dell’arrivo. Coperte rimboccate, stanze calde, giocattoli di stoffa e non di carta, scuole accoglienti, salami appesi alle travi della cucina, uova fresche e latte: ai loro occhi  sembravano dei veri e propri miracoli. Ma sono soprattutto le memorie della famiglia e della cura, scoperti per la prima volta insieme al senso di responsabilità degli adulti nei loro confronti, a essere ricordati con commozione: “A Napoli invece ognuno doveva preoccuparsi di se stesso,” raccontano. Allo stesso modo arrivano le testimonianze delle famiglie affidatarie: “Io stavo per dire, molto a malincuore, di no, pensando alle precarie condizioni, ma fu tale la gioia all’idea di fare del bene”.
Il ritorno a Napoli fu, per tutti, bambini e adulti che si erano presi cura di loro, combattuto: i primi dovettero più o meno consapevolmente arrendersi e rinunciare agli agi non solo materiali ma anche emotivi, spesso richiamati in città dai genitori perché dessero una mano alla famiglia d’origine lavorando; i secondi, invece, dovettero lasciarli tornare in quel contesto che era ancora poverissimo. Eppure non vi è traccia alcuna di pregiudizio verso il Sud o di due diverse “Italie” che non riescono a parlarsi: piuttosto, a emergere sono una serie di legami fortissimi appena sotto la superficie degli eventi, mossi dalla solidarietà e diventati, nel corso del tempo, un bel ricordo e, in alcuni casi, una solida amicizia.


Prima di questo libro, già ero venuta a conoscenza di questo fatto storico, leggendo il bellissimo libro “I comunisti mangiano i bambini”, in cui con orrore ho appreso il grande ostruzionismo e strumentalizzazione politica della Chiesa e dei democristiani verso i comunisti, sempre dipinti come “mangiatori” di bambini. I cattolici denunciarono una “tratta dei fanciulli”, mentre diverse testate contribuirono a diffondere quella che oggi chiameremmo una fake news, e cioè che i piccoli accompagnati ai treni in partenza per l’Emilia sarebbero stati, in realtà, spediti altrove dalla Sicilia, e cioè in Russia. I bambini furono letteralmente terrorizzati da preti e suore e questi poveri bambini partirono con dei traumi enormi. Gli avevano detto che gli avrebbero tagliato le mani e altre cose orribili che facevano i comunisti. Il lavoro di ricerca dei bambini in condizioni più disagiate fu dunque complicato dalla propaganda negativa che raggiungeva le famiglie soprattutto attraverso le parrocchie, ma il risultato, dopo la partenza del primo convoglio, superò ogni aspettativa.
Grazie ai controlli medici fatti ai bambini prima della partenza fu possibile avere una stima precisa di malattie e infezioni e dopo le diffidenze iniziali, si riuscì a coinvolgere anche gli oppositori politici della sinistra come la Pachiochia, una capopopolo monarchica che, una volta appurata la natura benefica dell’iniziativa, si offrì per collaborare in prima persona con gli organizzatori.
Fanno tenerezza tanti episodi raccontati nel libro e vissuti in prima persona da questo bambino napoletano (che deciderà poi di rimanere con la famiglia emiliana), come la meraviglia dei bambini che, davanti alla neve, vista per la prima volta dal finestrino del treno, la scambiarono per ricotta. In un’epoca in cui si era ancora molto distanti per lingua e cultura, si fece un vero miracolo di misericordia.



Ignoravo, storicamente parlando, che quella esperienza del Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli fu riproposta anche in altre situazioni di emergenza, come durante l’alluvione del Polesine nel 1951 e in seguito allo sciopero di San Severo nel 1950, a Foggia, che portò all’arresto di 184 persone, tra cui molte donne costrette a lasciare i propri figli che vennero temporaneamente “adottati” da famiglie del centro-nord Italia.


Consiglio la lettura di entrambi i libri per capire un pezzo importantissimo della nostra cultura e della nostra storia.




venerdì 14 febbraio 2020

E' solo amore...




































Donna stupenda che ho ammirato sempre.

Parto da questa sua frase per testimoniare quanto sia benefica l'empatia che si crea tra umano e animale, cane o gatto che sia, ma anche coniglio, cavallo, criceto, pecora, gallina e insomma osservazione del comportamento e rispetto. 

Ho avuto sempre gatti da quando ero adolescente, e mi hanno insegnato tanto sulla vita. Li osservi affascinata e sei sempre in prima fila a goderti lo spettacolo che ti offrono sentendoti  una privilegiata. Con il mio cane invece ho scoperto una relazione completamente diversa, che insegna altre cose bellissime della vita e forse bisogna averne e conoscerli entrambi per capire davvero che tipo di amore hai dentro di te e quanto e come lo puoi dare e ricevere. 

Non capisco chi fa del male agli animali e non sente il loro dolore, è il lato oscuro di questo mondo e davvero prego che siano sempre di meno.

venerdì 7 febbraio 2020

Un libro che chiude un cerchio iniziato tanti anni fa




Questo libro mi ricorda la mia prima vacanza da sola in montagna. Da poco separata volevo mettermi in prova come persona che aveva sempre fatto tutto a due. Con il treno raggiungo un paesino sperduto tra le montagne, dopo Bolzano, cantone tedesco. Scopro una realtà e un mondo che ignoravo, non solo dal punto di vista storico ma proprio a pelle, nelle sensazioni e nei pensieri. Parlavano tutti tedesco malgrado fosse in Italia e solo con i turisti si sforzavano di parlare italiano. Entrando in un forno ho scoperto i panini che Haidi ha portato alla nonna di ritorno da Francoforte e ho sorriso. Passeggiavo meravigliata in vie pulite e ordinate, case ornate di fiori e alberi, tutto perfetto, tutto così freddo. Era un mondo da me molto lontano e non riuscivo a capire bene cosa avevo intorno e la sensazione di disagio. Poi una visita guidata mi ha fatto capire. Il loro eroe sulla cui tomba portano i turisti è un soldato tedesco, quando parlano delle seconde case, dicono gli italiani hanno questo vizio qui. Eppoi con una sofferenza che ho sentito sanguinare sulla mia ignoranza, il racconto della violenza che hanno subito, dai nomi cambiati delle persone, delle vie e delle cose, al divieto di parlare la loro vera lingua e essere violentati in ogni cosa, in ogni fibra, profondamente, dalla politica fascista. Giuro che mi sono vergognata e sono stata tutto il tempo con un sentimento di scuse che non potevo fare e un senso di colpa che non potevo avere. E’ stato terribile. Bellissimi posti ma praticamente ci odiano. Ancora.

Ecco questo libro mi ha aiutato a capire questa sofferenza, che tanto è rimasta impressa nel mio cuore.


RESTO QUI’

L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Arriva la guerra e Hitler autorizza l’arruolamento degli italiani bilingue tedeschi nelle file delle SS. Per molti è una via di fuga dalle ferite mai rimarginate dall’occupazione italiana e la guerra poi busserà alle loro porte, e combattere sarà resistenza. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E cosí, mentre il lettore segue la storia di queste famiglie, all’improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.

23 luglio 1929

Roma vieta la lingua tedesca nella Provincia di Bolzano

Da Roma viene imposto l'uso della lingua italiana in ogni forma di comunicazione pubblica nella provincia di Bolzano.
Il 28 ottobre 1922 i fascisti marciarono su Roma. Il giorno seguente, il Re trasmise il governo e, di conseguenza, il potere dello Stato al Duce, capo del partito fascista, Benito Mussolini. I fascisti proclamarono, come vessillo di lotta, l’annientamento della minoranza tedesca.
Il loro programma può essere suddiviso in tre punti: snaturalizzazione dei sudtirolesi, massicci insediamenti italiani, allontanamento dei sudtirolesi dalla loro terra.
Con decreto del prefetto fascista, l’insegnamento in lingua tedesca fu proibito e punito.
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venerdì 31 gennaio 2020

Le grandi epidemie

Una nuova peste si stà abbattendo sulle nostre realtà, e quindi anche mossa da curiosità ho fatto una piccola ricerca in internet... 

Credo che le poche condizioni igieniche e una normale prassi di diminuzione della popolazione terrestre, dovuto forse ad un orologio di sopravvivenza di fronte ad un numero troppo elevato di persone, crei le condizioni per una epidemia e le sue conseguenze...


 La peste nera del Trecento

Una delle prime epidemie di cui si ha traccia è quella di febbre tifoide durante la guerra del Peloponneso, nel V secolo avanti Cristo. Il focolaio della cosiddetta “peste di Atene” colpì gran parte del Mediterraneo orientale. Nelle cronache del VI secolo dopo Cristo trova invece largo spazio il morbo di Giustiniano, una pandemia di peste bubbonica che, sotto il regno dell’imperatore Giustiniano I, dal quale prese il nome, si abbatté sui territori dell’Impero bizantino e in particolar modo su Costantinopoli. Ma fu la grande peste nera del 1300 la peggiore per la popolazione europea, che ne uscì decimata. L’epidemia fu probabilmente importata dal Nord della Cina. Nei secoli successivi si sono succedute periodiche epidemie di colera e il vaiolo, ribattezzata la “malattia democratica” perché uccideva tanto i poveri quanto i sovrani, come Luigi XV di Francia.


Il flagello della Spagnola

Nel XX secolo, l’enorme crescita della popolazione mondiale e lo sviluppo dei mezzi di trasporto moderni, insieme a tanti benefici, hanno permesso anche ai virus di viaggiare rapidamente da una parte all’altra del pianeta, arrivando incolumi dall’estremo Est sul suolo europeo o americano. La madre di tutte le pandemie, ancora più grave perché sviluppatasi in concomitanza con la Prima guerra mondiale, risale infatti al Novecento ed è l’influenza Spagnola, chiamata così perché le prime notizie su di essa furono riportate dai giornali della Spagna che, non essendo coinvolta nel conflitto mondiale, non era soggetta alla censura di guerra. Il virus contagiò mezzo miliardo di persone uccidendone almeno 25 milioni, anche se alcune stime parlano di 50-100 milioni di morti. Si calcola che morì dal 3 al 6% della popolazione mondiale. Identificata per la prima volta in Kansas nel 1918, la Spagnola era causata da un ceppo virale H1N1.


I virus del secondo Dopoguerra

Nel 1957 tornò la paura del contagio con la cosiddetta influenza Asiatica, un virus A H2N2 isolato per la prima volta in Cina. In questo caso, venne messo a punto in tempi record un vaccino che permise di frenare e poi di spegnere del tutto la pandemia, dichiarata conclusa nel 1960. Nel frattempo, però, erano morte due milioni di persone. Sempre dall’Asia, caratterizzata da aree densamente popolate, un’igiene non sempre appropriata e - almeno fino alla fine del secolo scorso - uno scarso livello di strutture sanitarie, nel 1968 arrivò l’influenza di Hong Kong, un tipo di influenza aviaria, abbastanza simile all’Asiatica, che in due anni uccise dalle 750mila ai 2 milioni di persone, di cui 34mila solo negli Stati Uniti.


Sars e “suina”

Nel nuovo millennio il primo allarme mondiale è scattato nel 2003 per la Sars, acronimo di “Sindrome acuta respiratoria grave”, una forma atipica di polmonite apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong in Cina. In un anno la Sars uccise 800 persone, tra cui il medico italiano Carlo Urbani, il primo a identificare il virus che lo ha poi stroncato. Risale invece al 2009 l’impropriamente detta “influenza suina”, causato da un virus A H1N1. Enorme l’allarme anche in Italia, dove furono oltre un milione e mezzo le persone contagiate. La paura rientrò quando fu chiaro che il tasso di mortalità era inferiore anche a quello della normale influenza.



Ora questa nuova epidemia che terrorizza il mondo. Sembra che il coronavirus risparmi i bambini, o li colpisce comunque con sintomi lievi. Fra i 425 pazienti di Wuhan, nessuno ha meno di 15 anni. I malati sono invece spesso in età avanzata: la metà ha oltre sessant’anni. La maggioranza (56 su 100) sono uomini. «I bambini — spiega il New England — sembrano essere meno suscettibili all’infezione o, se contagiati, mostrano sintomi più lievi». Una buona notizia per loro, ma una difficoltà in più per i medici che cercano di fotografare l’epidemia e di contenerla. «È probabile — scrive infatti l’équipe cinese — che questo porti a sottostimare i numeri delle persone realmente colpite».

L’inizio del contagio
Con tutta probabilità è partito ben prima dell’allarme ufficiale, che risale al 31 dicembre 2019. I primi pazienti hanno iniziato a mostrare sintomi il 1° dicembre e il New England sostiene che «la trasmissione da uomo a uomo, sulla base delle evidenze, è iniziata a metà di dicembre». Ogni malato finora ha infettato altre 2,2 persone. Questi numeri, chiedono con urgenza i medici cinesi, «richiedono uno sforzo considerevole per controllare la trasmissione del virus nelle zone a rischio». La Sars arrivava a un tasso di contagiosità più alto, intorno a 3. Ma provocava anche sintomi più gravi e difficilmente un malato sfuggiva al ricovero in ospedale. Il nuovo coronavirus da questo punto di vista è più subdolo. Confondendosi nei casi più lievi con la normale influenza di stagione, fa sì che molte persone contagiose proseguano la loro vita di tutti i giorni.

La rete di sorveglianza
I tempi di reazione di fronte alla nuova epidemia non sono stati abbastanza rapidi da evitare i focolai al di fuori di Wuhan. Ma di certo la lezione della Sars è servita. Allora — era il 2003 — ci vollero 4 mesi solo per rendersi conto dell’emergenza e isolare il virus. A dicembre i medici che in ospedale hanno dovuto gestire i primi pazienti si sono invece ritrovati in mano un questionario dal titolo “polmonite di origine incerta”. Era stato preparato in vista di una nuova epidemia. Andava riempito con i dati dei pazienti e con le interviste ai familiari sui comportamenti adottati nelle ultime settimane: luoghi visitati, persone incontrati, animali con cui si è entrati in contatto. In questo modo è stato possibile risalire al mercato di Wuhan come sorgente iniziale dell’epidemia. Fra le persone contagiate a dicembre, il 55% aveva frequentato i banchi in cui si vendevano tra l’altro animali selvatici vivi.

Il sistema sanitario cinese, specialmente nella regione di Wuhan, sta scricchiolando sotto al peso di migliaia di nuovi malati ogni giorno. Uno dei segnali di stress, sottolinea il New England, è la quota elevata di infermieri e medici che sono stati contagiati. Un altro problema grave è il tempo che i pazienti impiegano a trovare un posto letto. “L’89% dei pazienti — è uno dei dati più preoccupanti dello studio — non viene ricoverato prima che siano passati 5 giorni dall’inizio della malattia”. Questo lasso di tempo va aggiunto a un periodo di incubazione che è mediamente di 5,2 giorni, ma che in alcuni casi è arrivato a 12. Un bell’aiuto per un virus che non chiede di meglio che circolare il più possibile a piede libero.


mercoledì 27 novembre 2019

Abbiamo gli angeli in terra e non li vediamo...


Quando ho comunicato la mia decisione di prendere un cane, molti mi hanno detto, no ma dai che fai, non hai nemmeno il giardino, i cani devono stare fuori.

Ecco questo non lo capisco e non lo voglio capire.


Il mio cane vuole sempre stare nella stanza dove sono io. Non importa dove e come, l'importante è che io sia a vista. Quindi dorme nella mia camera da letto, sul suo giaciglio e mi piace vivere tutte le mie cose con lei accoccolata ai miei piedi. E' una cosa bellissima e davvero non bisogna avere case grandi e con il giardino, ma solo un grande cuore. I cani sono angeli in terra che ci insegnano l'amore e l'empatia e non sappiamo vederli purtroppo siamo condannati per sempre.

I cani tirano fuori la parte migliore di noi. Basta sentirli.



mercoledì 20 novembre 2019

Adesso vediamo....

Sono circondata da persone che non hanno le palle di dire di no e quindi tengono le situazioni sospese con un ....adesso vediamo, che sia chiaro, è un no. Un no vigliacco che però ti fa stare sospesa, in attesa di un forse che diventa si e non lo diventa praticamente mai.
E' la speranza che ti uccide lentamente, perchè in fondo ci speri ... ma dall'altra parte non c'è mai il dovuto rispetto di non lasciarti così.

E sinceramente mi sono rotta il cazzo. Ormai "adesso vediamo" per me sarà no. Così' non ci stò più male... eppoi i vigliacchi non li sopporto.


venerdì 15 novembre 2019

Empatia... questa sconosciuta

Un articolo letto da poco su Elle che parla di emozioni, narcisismo e relazioni mi da' lo spunto per una riflessione.

Una riflessione che riguarda l'empatia, una cosa che fa parte di me da sempre e non solo mi rende diversa ma mi espone al dolore degli altri con un tasso di sensibilità che non è proprio adatto a questa società di oggi.

Ogni sguardo è un libro aperto e non parliamo poi degli animali. Altro che San Francesco.

Sento troppo e vedo troppo.

Sono altresì circondata da narcisisti di ogni livello e forma, parassiti di emozioni e attenzioni, con buona dose di egoismo e indifferenza.

Ecco, l'indifferenza appunto che io non riesco proprio a tollerare e capire. Sicuramente un difetto grande da parte mia e soprattutto una non rassegnazione verso tutto questo.

E quindi ecco che sul sociale non riesco proprio a stare ferma o indifferente.

Ho ripulito una intera pineta in quattro mesi, 20 sacchi di mondezza varia e ora è solo prato. Stessa cosa quando passeggio in un parco. Ho sempre una busta dietro per raccogliere e buttare. Eppoi segnalazioni varie allo 060606- comune  di Roma. Buche, potatuta del verde, ama e insomma quello che vedo segnalo.

Il problema è che intorno a me tutto mi ferisce. Anche in famiglia e sul lavoro è davvero un problema gestirmi. Non sono molto contenta di essere così, e a volte sono costretta ad isolarmi e difendermi, soprattutto da chi cerca di approfittarsi di questa cosa.

Una settimana fa c'era una Lamborghini posteggiata sotto il mio ufficio. Passando con le colleghe, tutte a rimirar direi, tranne io, che avevo scorto un gattino nero che si riparava sotto la ruota. Si, effettivamente non sono normale.

Comunque tornando all'articolo, facendo i soliti studi delle Università americane che sembrano non avere mai un cazzo da fare, la nostra società, malgrado garantisca condizioni di vita migliori rispetto a quelle di trent'anni fa, offre però meno sosegno sociale, uno scarso senso di appartenenza alla comunità mentre le famiglie sono sempre più isolate anche nel problema separazioni. E quindi?
Quindi ormai drogati di social media siamo quasi anestetizzati, incapaci di capire e di capirsi.

La cura? Insegnare le emozioni fin dalle scuole materne, salutando con un ciao e un abbraccio.
Leggere tanti libri, che ci insegnano ad entrare dentro altre storie e quindi in empatia con i protagonisti. Effettivamente io leggo molto da quanto avevo 8 anni, credo proprio che sia stata questa la mia fregatura. Una lettrice in fasce ...

mercoledì 6 novembre 2019

I Comunisti mangiano i bambini

Senza ombra di dubbio credo che sia il libro più bello che abbia letto ultimamente e non solo dal punto di vista storico, ma anche politico e sociologico.

Quanti di noi si sono chiesti da cosa e come provenisse la diceria che i comunisti mangiano i bambini??
Io si, e questo libro non solo risponde ma innesca un fatto storico talmente importante da dover essere obbligatorio leggerlo come dato di guerra e dopoguerra.

Sembra che il fatto fosse storicamente vero, e nasceva molto  probabilmente dal fatto che in Russia, nel secolo scorso, vi furono gravi carestie durante le quali si registrarono anche episodi di cannibalismo.

Tra il 1921 e il 1923 in Ucraina alcuni bambini vennero rapiti e uccisi spacciandone poi la carne per animale.


E nel 1941, durante l’assedio di Leningrado (che uccise circa un milione di persone), il cannibalismo divenne per alcuni una strategia di sopravvivenza. Ancora più celebre è la storia dell’“Isola dei cannibali” narrata anche dall’omonimo libro di Nicolas Werth: nel 1933, 13.000 “elementi pericolosi” vennero deportati nel cuore della Siberia; quasi tutti morirono, anche uccidendosi tra loro, e gli episodi di cannibalismo erano all’ordine del giorno.

Facciamo una piccola pausa e colleghiamoci alla Pincola Ester, con le donne che corrono con i lupi. Ricordate gli orchi e il fatto che mangiassero i bambini?!! Ebbene tutto questo è stato sostituito nell'immagginario collettico con i comunisti che per il fascimo e il clero diventano gli orchi che mangiano i bambini. Tutto questo costruito con fatti di cronaca completamente inventati per innestare rancore e odio verso i russi e quindi i comunisti. Dai bambini siciliani rapiti a forza sulle navi e portati in Russia per essere uccisi a tutto un meccanismo giornalistico assoggettato ad una dittatura in cui la comunicazione non era solo pilotata ma inventata per il proprio tornaconto.

Solo questo dovrebbe spaventare davvero e questo libro apre il vaso di pandora.
Quello che si sospettava e che dovrebbe essere letto da tutti per capire veramente la nostra storia e tutto quello che è successo nel dopoguerra dalla democrazia cristiana e la Chiesa per incolpare i comunisti rossi di tutte le malefatte.
La figura della madre e della donna diviene figura centrale nella campagna stampa di diffamazione. Il soldato russo orcoe non i tedeschi. Stalin raffigurato con le fattezze di un orco con il naso grande che mangia i bambini.  Dopo la grande guerra e i fatti delle stragi che i tedeschi operarono nella ritirata, dovettero frenare nella campagna contro i russi, amici degli alleati e liberatori della Patria.

Questo libro si collega con il documentario "Pasta nera" che ho postato tempo fa, in cui si racconta il fatto dei bambini che nel dopoguerra andarono dal sud al nord per non morire di fame.
Tra il 1947 e 1952, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'Italia è devastata e tra le più dolorose condizioni c'è quella dei minori, specie nel Mezzogiorno. Migliaia di famiglie di lavoratori del centro nord, ispirate da una nuova consapevolezza e dalla speranza nella ricostruzione del Paese, aprono le loro case ai bambini provenienti dalle zone più colpite e di più antica miseria del Meridione. L'iniziativa diventa ben presto un movimento nazionale che propone una concezione della solidarietà e dell'assistenza attenta alle soluzioni concrete ai problemi più urgenti, sostituendosi spesso all'assenza delle istituzioni. Ma una iniziativa di donne della sinistra e quindi l'orco da osteggiare.
Accolti dalle famiglie di emilia romangna, veneto e rimmessi a nuovo, sono stati salvati da morte certa. Purtroppo i preti dei paesi dicevano alle mamme di non mandare i figli al nord perchè li avrebbero mangiati. Mentivano sapendo di togliere un'occasione di riscatto e davvero di vita, pur di dare contro alla sinistra e ai comunisti.
Bambini terrorizzati che partivano e sui treni della felicità, così vennero chiamati, piangevano pensando di essere mangiati, una volta a destinazione... orribile.

Mi vengono i brividi a leggere tutto questo e davvero, davvero vi consiglio di leggere questo libro.

https://www.youtube.com/watch?v=v5zph62IdCY&list=PLiWYSmnD44Wy0LAxFIxEnR9lksYShfL-2&index=1

PASTA NERA - I treni della felicità