Lo ammetto, sono stata attratta dalla copertina e dalla fascetta rossa "1 milione di copie vendute" "in corso di traduzione in 27 paesi". Insomma, ho pensato ... sarà sicuramente un capolavoro.
Così sono entrata dentro questo libro, piena di aspettive, e invece...
Dopo le prime pagine si è già catapultati nel
fulcro del racconto, i capitoli sono alternati; il capitolo di
Charlie raccontato in prima persona e ambientato nel 1947, e i capitoli che parlano di Eve ed è narrato in terza persona (1915 e il
1917).
Giuro che mi sono annoiata tantissimo. La base storica c'è ma questa scrittrice non è stata degna di raccontare questo. Nel libro vengono narrati in versione romanzata fatti realmente
accaduti e citate e approfondite le vite di personaggi realmente
esistiti, la più importante fra tutti la grande Louise de Bettigenes, la
più importante spia della Prima Guerra Mondiale.
La rete di Louise comprendeva 100 agenti a Lille e nelle aree
circostanti e per conto degli inglesi monitorava le attività
dell’esercito tedesco e inoltre aiutava i soldati alleati a fuggire dai
territori occupati: secondo la Western Front Associationi la rete Alice
abbia salvato la vita a più di 1.000 britannici.
Louise, nome in codice Alice, aveva capito il valore aggiunto delle
donne in ambito spionistico: non destavano sospetti in circostanze in
cui un uomo sarebbe stato fermato, potevano contare sullo stereotipo
della donzella indifesa per sottrarsi agli sguardi indagatori, e il loro
desiderio di combattere per la patria era ardente quanto quello dei
mariti, dei padri, dei fratelli e dei figli. La “rete di Alice” – questo
il nome con cui sarebbe passata alla storia – si guadagnò la fama di
più efficiente organizzazione spionistica bellica, soprattutto grazie
all’impegno della fondatrice e delle sue compagne. Queste donne non si
accontentarono di aspettare il ritorno dei loro uomini: si gettarono a
capofitto nella guerra e trovarono un modo tutto loro per combatterla.
Quando ho terminato il romanzo è arrivata la parte più bella e decisamente interessante.
La scrittrice riporta alla fine tutti i cenni storici di queste grandi donne e delle loro vite. Ecco, li libro vale solo per questo. Quindi che dire, lo consiglio, in fondo non tutti abbiamo gli stessi gusti.
Per non dimenticare il sacrificio e il coraggio di donne che hanno combattuto così, spie per il loro Paese, rendendo un grande servizio per le operazioni di guerra.
Appena terminato il libro ho letto questo articolo sulle partigiane e ho collegato i fili.
I fili che non si studiano a scuola, i fili che non scrivono nei libri e lo devi scoprire tu negli anni semplicemente leggendo.
Anche in questo libro c'è la vergogna di fare le spie. Perchè sei una puttana per tutti e basta anche se poi i tuoi capi ti elogiano e ti appuntano una bella medaglia.
Uccise, torturate, stuprate: le donne partigiane che pochi ricordano
Hanno salvato ebrei, fatti fuggire gli uomini durante i rastrellamenti. I nazi-fascisti infierivano su di loro
Un gruppo di partigiane
Carla era un’infermiera alquanto atipica, curava, cuciva, correva, rischiava.
Non
era armata, come Tina, una sua compagna, che in bicicletta percorreva
le stradine fra Treviso e Padova, per portare radio ricetrasmittenti, a
continuo rischio cappio, e che un giorno decise di farsi dare un
passaggio da un camion di nazisti, aggirandoli con la scusa di avere un
sacco di libri pesanti dentro la valigia.
Nello stesso periodo
Adriana riparava i ricercati dalla gestapo, e quando la banda Koch la
catturò, questa donna bellissima fu “stesa su un letto di chiodi e
battuta con un arnese che serviva per il camino, persi tutti i denti, mi
spaccarono quasi tutte le costole, ma io non parlai, per otto giorni
non parlai…. Ah, scordavo, mi strapparono anche tutti i capelli, ma io
non parlai”.
Quelle che andavano sui monti si occupavano di tutto, quelle che restavano in citta’ si occupavano di tutto.
Ines,
Gina e Livia restarono in città, e si inventarono la prima forma di
resistenza pacifica; appena avevano il sentore che nel paese limitrofo
le Ss stavano organizzando una rappresaglia, davano l’allarme, tutti gli
uomini abbandonavano l’abitato, e loro, donne bellisssime, si
schieravano di fronte alle loro case, tenendosi per mano, aspettando i
tedeschi cantando le canzoni che di norma si sentivano nelle risaie.
Tutte senza armi.
Paola lavorava al Comune, a stretto contatto con i
fasci, e riusciva a far sparire centinaia di stati famiglia bollati come
“di razza giudia”, alcuni li bruciava, altri li faceva falsificare,
Fam. Goldstein diventava Fam. Bianchi, e così salvò migliaia di esseri
umani facendoli transitare per i valichi svizzeri, salvo poi essere
impiccata in pubblica piazza.
C’era Clorinda, combattente, che venne
catturata, stuprata, azzannata dai cani della gestapo, torturata dal
capo nazi, infine impiccata pure lei.
Alla fine di queste donne rimase poco o nulla, si contarono in circa diecimila le
vittime deportate, torturate, seviziate e macellate come bovini, talune
si salvarono, e a parte casi rarissimi (leggi Nilde Iotti e Tina
Anselmi), tornarono a fare i lavori di casa fra le mura domestiche,
continuarono a fare la vita di prima, lavare, cucinare, badare, crescere
i figli, accudire il focolare, senza che nessuno dicesse loro grazie.
Su 70 mila donne solo 18 furono insignite di medaglia al valore, e null’altro.
Dopo
il 25 aprile vi furono le sfilate nelle città liberate, prima gli
alleati, poi i gruppi partigiani composti dagli uomini, in fondo alla
parata le donne bellissime, solo alcune e non sempre,
dato che persino
il Pci all’epoca considerava scostumato far sfilare una donna che era
stata sui monti con gli uomini, e le medesime venivano insultate dalle
donne che non avevano mosso un dito, al grido di “puttane” quando andava
bene, e questo comportamento ignobile fece sì che le storie uniche e
irripetibili di questo meraviglioso esercito di eroine finisse
irrimediabilmente nel dimenticatoio.
Ovviamente poi niente succede per caso.
In questi giorni oltre al libro, agli articoli sullo stato-denuncia della considerazione delle donne partigiane, arriva anche in tv, nel "Paradiso delle Signore" una puntata sulla commemorazione del 25 aprile e testimonianze di partigiane, partigiani.
La serie tv è ambientata negli anni '60 ma è molto triste pensare che ad oggi abbiamo perso quasi tutta la memoria con questa pandemia che ha decimato gli anziani e quindi la nostra memoria storica.
L’Anpi riconosce35 mila partigiane combattenti, che hanno ottenuto il ruolo di tenenti,
sottotenenti o al massimo maggiori, e 20mila “patriote”, con compiti di
supporto, assistenza e organizzazione. Molte donne si rifiutarono
di chiedere un riconoscimento a guerra terminata: molte, come il
personaggio di Renata Viganò,
sentivano solo di aver fatto quello che andava fatto.
Oltre a quelle che si trovarono a combattere per caso”, per senso del
dovere o per seguire mariti, fidanzati e talvolta figli, ci furono
anche donne già impegnate in politica o nelle associazioni comuniste e
cattoliche che pretesero un ruolo più attivo all’interno dei nuclei
partigiani. Da queste esperienze nacquero i
Gruppi di difesa della donna
(Gdd), un’associazione comunista e femminista fondata da Lina Fibbi,
Pina Palumbo e Ada Gobetti, che partecipò a molte azioni di sabotaggio e
lotta armata, e l’
Unione donne italiane di sinistra
(Udi). Anche molte donne cattoliche parteciparono alla Resistenza,
mettendo a frutto le esperienze maturate nella Gioventù femminile di
Azione Cattolica (come ad esempio la futura ministra della Sanità
Tina Anselmi).
Se questi gruppi nacquero con l’esplicito obiettivo di aiutare gli
uomini impegnati nella Liberazione, già dal 1944 si organizzarono in
maniera più autonoma e, oltre a partecipare attivamente alle azioni,
fornirono supporto alle vedove, alle contadine o alle madri lavoratrici.
Nel 1944 l’Udi fondò anche il proprio giornale clandestino,
Noi donne,
in cui si discuteva di politica e del ruolo della donna, si
commemoravano le cadute e si riportavano le notizie sulle lotte
femminili. I Gdd organizzarono anche numerosi scioperi e manifestazioni,
su esempio della “
rivolta del pane”
del 16 ottobre 1941, quando un gruppo di donne parmensi assaltò un
furgone della Barilla per ridistribuire il pane alla popolazione.
Di alcune figure straordinarie si ricordano ancora gli atti coraggiosi:
Mimma Bandiera,
la partigiana bolognese che, una volta catturata, resistette per sette
giorni alle torture senza mai tradire i propri compagni. O
Carla Capponi, dei Gruppi di azione patriottica (Gap) romani, che prese parte all’
attentato di via Rasella. Quest’ultima ci ha lasciato un’autobiografia molto importante per capire il ruolo delle donne nella Resistenza,
Con cuore di donna.
Capponi racconta la difficoltà nello stabilire un rapporto paritario
con i compagni del Gap, la loro riluttanza a consegnarle un’arma (che
infatti dovrà rubare a un soldato fascista su un autobus affollato), ma
anche il vantaggio di essere una bella ragazza in grado di distrarre
fascisti e tedeschi, unito alla costante minaccia della violenza
sessuale.